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Il Principe Delle Maree Recensione

"Il Principe Delle Maree" recensioni

Scheda Film
Il Principe Delle Maree
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-03-23 10:40:24
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

'Il principe delle maree' pur nella convenzionalità di una scrittura cinematografica un po' incolore e tradizionale, lasciava presagire qualcosa di più e di meglio. Il reticolato-prigione degli affetti funziona con maggiore efficacia quando se ne avvertono i palpiti e le crudeltà. Ma in generale sono molte le incongruenze e le sciatterie del film: il marito di lei (il Jeroen Krabbe lanciato da Paul Verhoeven) è troppo caricaturale, il background ebreo della protagonista posticcio, insistito e superfluo, il pathos melodrammatico non riesce a sfondare il muro del pianto, la storia d'amore tra i due è frettolosamente (e misteriosamente) abbandonata, l'interpretazione stessa della Streisand (che si sottoutilizza) risulta decisamente inferiore alle sue possibilità. Stupiscono (e non poco) le sette nominations che una Hollywood piagnucolosa e mai così prodiga di apprezzamenti nei suoi confronti, le ha regalato." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 1 Marzo 1992)

"Forse è proprio questo amore, con il romanticismo del suo svolgersi e il patetico della sua fine, a nuocere un po' alla tensione di tutti quegli scontri psicologici che lo precedono, anche così, però, quel mosaico di situazioni e di sentimenti portati difficoltosamente alla luce, nelle cifre, quasi di un puzzle, riesce ad avere momenti che convincono: in climi, oltre a tutto, cui immagini sempre avvolte in luci, ora dorate ora plumbee, aggiungono abilmente tocchi sospesi di mistero, come se tutto, anche il quotidiano più semplice, emergesse soltanto dall'inconscio. Nelle stesse cifre l'interpretazione: prima sicura, poi sempre più tesa ad ansiosa quella di Barbra Streisand, una psichiatra che finisce alla fine per curare anche se stessa; avvolta a poco a poco da turbamenti stravolti, quella di Nick Nolte, un Tom che pur arrivando da un Sud solare e quasi lirico, non tarda a proporsi ben presto tutto fasciato di ombre e immerso nel buio. Cito, per la cronaca, anche il ragazzino che ha la parte del figlio della psichiatra. Si chiama Jason Gould ed è il figlio, anche nella vita, di Barbra Streisand (e di Elliot Gould): il ritratto della madre, a cominciare dal naso." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 22 Febbraio 1992)

"E' ammirevole vedere con quanta partecipazione la Streisand abbia lavorato con gli attori, dal bravissimo Nolte all'intensa Kate Nelligan (anche lei candidata), a Jason Gould, suo figlio nella realtà e nella finzione. Quest'indubbia qualità non fa dimenticare che la regia è priva d'interesse; che la sceneggiatura tratta da Pat Conroy dal proprio best-seller fiume di oltre 500 pagine è disuguale e appesantita da tre sottofinali; e che questa Streisand-Lowenstein in sottotono fa rimpiangere la Streisand tigre di altri film." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 22 Febbraio 1992)

Copyright © Cinematografo 2006.



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