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Il Petroliere Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-15 12:34:00
Provider
Cinematografo
Recensione
There Will Be Blood recita il titolo originale de Il petroliere, ritorno al cinema di Paul Thomas Anderson, regista e sceneggiatore (ispirato a Oil! di Upton Sinclair), e Daniel Day-Lewis, attore protagonista. Otto statuette potenziali agli Academy Awards, in concorso al festival di Berlino, premi (Golden Globe per Day-Lewis) e premietti rastrellati in giro per il mondo, Il petroliere ha fatto gridare al miracolo la critica, pron(t)a a salutarlo come il film dell'anno, il ruolo del millennio, masterpiece, astonishing, e via dicendo. Ebbene, non è così. Il sangue scorre infine, ma i 159 minuti sono a rischio trombosi. Se Rapacità, Il gigante, e tutti gli altri termini di paragone - anche Nosferatu, esplicitamente con il lungo e adunco Day-Lewis à la Max  Schreck di fronte al pozzo in fiamme - sono criticamente leciti, viceversa la sensazione è che Anderson abbia tentato la strada di un nuovo Quarto potere, cercando la consacrazione autoriale. Non vi è riuscito, e dovrebbe essere superfluo dichiararlo. In primis, ad Anderson manca continuità poetico-formale: se Il petroliere vorrebbe farsi - se non essere a priori - classico, al suo regista manca l'autorialità nell'accezione classica, ovvero la padronanza di una poetica e di uno stile. Slittamento temporale del setting del Petroliere a parte, da Sidney fin qui quale può essere considerato il Leitmotiv forma-contenuto di Anderson? Stilisticamente non lo rintracciamo, e dal punto di vista poetico forse l'unico fil rouge è il suo moralismo, da fustigatore delle pubbliche, ovvero privatissime, turpitudini degli Stati Uniti. Ritornando all'analogia con Quarto potere, l'insidiosissimo moralismo su grande schermo è tollerabile - in sparuti casi efficace - solo quando è modulato, ovvero distillato col contagocce: l'egocentrico Welles da regista e interprete seppe farlo, dirigendosi con sconcertante misura, Anderson fallisce lascandosi prendere la - e per - mano da Day-Lewis, con una progressione enfatica e iperbolica che leva respiro epico alle inquadrature in (s)favore di un'asfissia da one man show. In breve, c'è troppo Day-Lewis nel film, anzi il film è troppo Daniel Day-Lewis. Proprio la direzione d'attori, meglio d'attore, è l'unico passo a ritroso qualitativamente compiuto da Anderson nel suo corpus filmografico: se in Magnolia - pur sopravvalutato - aveva gestito con maestria l'ensemble d'attori, regalando a Cruise una delle sue prove migliori, qui finisce per essere succube del suo protagonista, permettendogli di divenire non il petroliere ma Il petroliere. All'epilogo emorragico, viscoso e grondante, ancorché tronfio, si giunge per accumulo, affastellamento di azioni, reazioni, presenze, estroversioni, soggiogamenti e accaparramenti di Day-Lewis. Non troppo dissimile l'utilizzo dello score di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead. Anche qui la "materia prima" è ottima, ma quasi sciagurato l'uso che Anderson ne fa: se il cinema classico cui aspira richiede il contrappunto, questo non comporta musicalmente iterazione, intensificazione, sottolineatura e, indi, occlusione del canale uditivoper due ore e 40 minuti. Troppo. Che rimane? Un buon film, e un ottimo patricidio, quello di Day-Lewis nei confronti del Petroliere. Si potrebbe parlare, e a lungo, dei rimandi all'attualità (il pastore Paul Dano, nemesi di Day-Lewis, archetipo dei predicatori fanatici e fatui - soprattutto televisivi - dell'odierna Bible Belt...), del contemporaneo smarrimento identitario degli States, della Nascita di un nazione nel sangue, della proprietà privata, del libero arbitrio, della concezione demiurgica del film, della Wille zur Macht di Anderson e del petroliere, del rapporto padre-figlio, e via dicendo. Ma concludiamo citando Calvino, che nelle Lezioni americane elogiava la leggerezza contro: "la pesantezza, l’inerzia e l’opacità del mondo, qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle". Qualcuno non l'ha letto...

Copyright © Cinematografo 2008.

Scheda Film
Il petroliere
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-23 10:01:49
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Vita titanica di Daniel Plainview

Daniel Plainview è un cercatore di petrolio, e nella cittadina di Little Boston – un agglomerato di casupole sperduto nella California d'inizio Novecento – il terreno è particolarmente ricco. Le sue promesse sono le solite, ma senza dubbio stimolano la fantasia dei villici: i pozzi di trivellazione porterebbero nuove strade, una nuova scuola, un vero e proprio rinascimento economico per l'intera comunità. E, perché no, magari anche una nuova chiesa, adeguata alle ambizioni più o meno spirituali del culto della 'terza rivelazione”, movimento fondato da un giovane, Eli Sunday, che Daniel incontrerà spesso sul proprio cammino…

Il sangue della terra

Il titolo originale de Il petroliere assicura che 'ci sarà sangue”, e una simile promessa non può certo cadere nel vuoto: nella vita di Daniel Plainview il sangue scorre copioso quanto il petrolio che abilmente fiuta nel sottosuolo, e proprio sul sangue egli fonda la sua fortuna; il sangue di chi, lavorando, si è inconsapevolmente sacrificato alla trivellazione di un pozzo, oppure il sangue di chi è vittima della vendetta, e di una furia ben più animalesca che umana. Ma forse a fluire è il sangue di un'intera nazione, mentre il successo di uno diventerà, nel tempo, il successo di pochi.

Dopo averne raccontato l'attualità con i suoi variegati abitanti (da Boogie Nights a Magnolia), Paul Thomas Anderson guarda alle radici dell'amata California, addentrandosi nel momento in cui – fra il primo e il terzo decennio del secolo scorso – fiorì il benessere del più ricco stato americano, quando il sole ardeva sul terreno ancora incolto e sul legno di casupole fossilizzate nel nulla. Il romanzo Petrolio! di Upton Sinclair costituiva una sicura base di partenza, ma Anderson se ne è presto distaccato per indicare ai suoi personaggi una strada autonoma: così, immersa in una ricostruzione d'epoca sapientemente sporca, cinica e cattiva (ed esemplare tanto nei costumi quanto nei colori, di terrosa visceralità), si narra la storia di due ambizioni parallele, differenti solo all'apparenza. L'avidità materiale di Daniel Plainview e il fanatismo spirituale di Eli Sunday si sviluppano dallo stesso seme, godono dei medesimi successi e incarnano l'anima duplice di una nazione perennemente divisa fra l'uno e l'altro, ma ormai abituata a trarre vantaggio da entrambi, a seconda dei casi. Perché la perdita dell'innocenza, sembra dirci Anderson, si è verificata ben prima della guerra del Vietnam.

Potente e quasi epico, There Will Be Blood ha il fascino del grande affresco (non solo per la durata, che in ogni caso non influisce sul ritmo), e impatta sull'immaginario di chi guarda con immagini a tratti memorabili: la sequenza dell'esplosione del pozzo, in tutta la sua drammatica e lirica spettacolarità, dimostra il nuovo grado di maturazione espressiva raggiunto da Anderson, sempre raffinato nella costruzione dell'inquadratura e nell'impiego delle musiche, mai così ossessionanti. E Daniel Day-Lewis, nel ritratto della 'titanica” figura di Plainview, ovviamente giganteggia.

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