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Il Papà Di Giovanna Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-09-11 13:51:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Nella Bologna fascista del 1938, la diciassettenne Giovanna Casali (Alba Rohrwacher) uccide per gelosia la sua compagna di banco, nonché migliore amica, e viene rinchiusa nel manicomio psichiatrico di Reggio Emilia. Il padre dell'omicida (Silvio Orlando), professore nella stessa scuola e da sempre impegnato nel cercare di far uscire la figlia dal guscio di insicurezze che ne caratterizza aspetto e movenze, sarà l'unico a rimanerle vicino. Intanto, sullo sfondo, l'Italia si prepara al secondo conflitto mondiale.
Pupi Avati, in Concorso alla Mostra di Venezia tre anni dopo La seconda notte di nozze, ancora una volta reimmergendo i protagonisti della vicenda in un contesto storico ben preciso (fine anni '30 - immediato dopoguerra), tornando nella Bologna della sua infanzia e centrando il racconto sulla figura di un padre talmente accecato dall'affetto per la figlia da non voler ammettere (mai, nemmeno di fronte all'evidenza) che la ragazza abbia seri disagi mentali e comportamentali. Ed è proprio questo il punto di forza di Il papà di Giovanna: il legame tra questo perfetto uomo medio (completamente disinteressato alla situazione politica del paese, sposato con una donna che non lo ama, interpretata da Francesca Neri) e la figlia adolescente, reso perfettamente dall'equilibrio e dall'affiatamento dei due protagonisti, Silvio Orlando e Alba Rohrwacher, veramente convincenti.
Certo, la messa in scena è convenzionale, la caratterizzazione di qualche personaggio non è particolarmente riuscita (l'amico e vicino di casa Ezio Greggio, comunque misurato, non sembra ancora pronto a ruoli drammatici) e alcuni sviluppi del contorno possono far discutere: ci si accontenti allora di quanto detto sopra, e si accolga con soddisfazione la Coppa Volpi assegnata a Silvio Orlando, attore troppo spesso dimenticato dai palmares internazionali.

Copyright © Cinematografo 2008.

Scheda Film
Il papà di Giovanna
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-09-15 08:02:16
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Una valigia di sogni

Il professore Michele Casali è il padre di Giovanna, una ragazza afflitta da profondi problemi nel relazionarsi con gli altri per via del suo aspetto, pieno di fragilità, e povero di grazia. Il forte vincolo affettivo che li lega, porta il padre a proteggere la figlia dalle brutture e dalle crudeli tendenze di una società, sempre sensibile alla bellezza esteriore – eterno pass par tout – e poco incline ad apprezzare la molto meno appariscente interiorità individuale. Ma la disperata apprensione paterna finisce per dondolare Giovanna in una gracile culla di illusioni, di sogni alati di piombo, destinati a soccombere alla cruda realtà che avvolge la giovane emarginata: un anatroccolo in un lago di cigni. E quando Michele, convinto di fare del bene, si accorda con uno dei suoi alunni perché rivolga le proprie attenzioni alla figlia, non sa di incoraggiare un tragico e amaro sbaraglio: Giovanna in preda ad una morbosa e dissennata gelosia nei confronti del ragazzo, uccide la sua migliore amica, colpevole di volerglielo portare via. Il calvario, il lento percorso di dolore e di beffarda commiserazione, diventa allora passaggio obbligato per giungere ad una redenzione che lascia l'acredine dello smacco esistenziale, intriso però di umana e sconfinata dignità.

Padre coraggio

Il nucleo familiare, con le sue incomprensioni, le crudeltà e le vorticose vicissitudini, si offre nuovamente come fonte di ispirazione al cinema di Avati; ma a differenza di precedenti incursioni nel genere (Storie di ragazze e ragazzi, La cena per farli conoscere), l'autore emiliano riversa nel suo ultimo affresco una maggiore e sofferta drammaticità. A cominciare dai toni cupi del filmico, velato e sempre tendente al bianco e nero, ad una severa rigidità che sfocia nella povertà formale. La scelta di Giorgio Morandi come punto di riferimento artistico del protagonista, sembra essere un riferimento al quale tende anche il regista – negli interni soprattutto, nelle stoviglie apparecchiate che si affacciano al piano dell'inquadratura, e che tanto ricordano le nature morte morandiane.

Rigorosità formale che trascolora in povertà esistenziale una volta spiegati i fili della narrazione: la vicenda racconta la desolazione di un padre, che nel tentativo di proteggere la figlia dal suo proprio aspetto, costruisce per lei una fragilissima rete di illusioni, per regalarle un vano scampolo di felicità. I solchi che segnano il volto di Michele (Silvio Orlando, grandissimo interprete premiato meritatamente a Venezia) sono le tracce dei suoi stessi sogni – ancor prima che quelli della figlia Giovanna – infranti: capofamiglia frustrato da velleitarie aspirazioni artistiche, e deluso dal rapporto con la moglie Delia (Francesca Neri), miraggio d'amore mai realizzato, perché non corrisposto. La stessa Delia non si salva dal vortice nel quale vengono risucchiati tutti: è il personaggio negativo della storia, vittima della sua bellezza, tagliata fuori dal rapporto esclusivo padre-figlia; al pari dei vinti verghiani, si chiude in una raggelante solitudine fino al rifiuto del marito, e della follia della figlia.

Una girandola di personaggi che Avati fa muovere – tra l'intima partecipazione e qualche eccesso melodrammatico – e ai quali crea uno sfondo contrappuntistico che ne ricalca gli sviluppi – quasi a condensare ulteriormente la tragicità della loro parabola –: la Bologna immersa nei funesti anni 30-40, tra l'avvento del Fascismo, il disastro del secondo conflitto mondiale, fino al desolante dopoguerra che abbraccia le coscienze, anch'esse annientate, dei protagonisti del dramma familiare. Michele, in un finale dal sapore pirandelliano, nega la propria natura – professore e sostenitore del valore dell'educazione culturale (quando anche in manicomio si ostina a leggere passi in latino alla figlia ormai estranea alla realtà) – e regredisce allo stadio linguistico di Giovanna, dissociato e infantile. Unico modo di viverle accanto, e ultima grande prova d'amore.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Scheda Film
Il Papà Di Giovanna
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-07-01 05:13:45
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Con 'Il papa di Giovanna', lunghissimamente applaudito al Lido, Pupi Avati insegue il Leone d'oro puntando su un tema ricorrente in questa 65ma Mostra: la tragedia familiare. Se Arriaga fa ruotare tutto intorno alla morte violenta di una moglie fedifraga e Ozpetek annega nel sangue la paranoia di un padre separato, il maestro emiliano sceglie una strada ancora più difficile, coraggiosa: il suo film esplora il complesso rapporto tra un artista fallito, la moglie bella e non innamorata, la figlia strana che uccide una compagna di scuola e finisce nel manicomio criminale. (...) Orlando e struggente nel ruolo del fallito, la Neri interpreta con stizzita condiscendenza il ruolo ingrato della mamma snaturata. Alba Rohrwacher, il cui volto perlaceo esprime ingenuita, crudelta, stupore, fa la pazza senza eccedere e si conferma come una delle attrici giovani più interessanti. Fanno bella figura Manuela Morabito, la mamma dell'uccisa, incapace di perdonare, e Serena Grandi inchiodata alla sedia a rotelle. Tra i momenti più forti del film, la morte di Greggio colpito dai partigiani: avviene sul bus, lo coprono con un giornale. La scenografia riproduce fedelmente la casa giovanile di Avati a Bologna. Toccante il linguaggio infantile a base di parolacce che il padre inventa per comunicare con la figlia, come si fa con i bambini". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 1 settembre 2008) "La poetica di Pupi Avati si riconosce appieno in 'Il papa di Giovanna', discreto film interpretato da ottimi attori. Uno sguardo inteso a smorzare i toni, la malinconia che non spegne la speranza, personaggi prigionieri dei fantasmi interiori e uno sfondo familiare che tende a sublimarsi in un mitico altrove. (...) Le qualita avatiane di un cinema mormorato, avvolgente, molto curioso dei dettagli umani e materiali, sempre in bilico sul gioco a doppio taglio della memoria risultano innanzitutto valorizzate dalla scelta e dalla resa degli attori, tra i quali spicca il protagonista, un Silvio Orlando di rara sensibilita ed emozionante partecipazione. Questo aspetto sorregge la storia nei suoi momenti di stanca e fa passare in secondo piano qualche difetto di composizione, accompagnando il film su un livello di dignitoso spettacolo che non dovrebbe dispiacere al grande pubblico". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 settembre 2008) "'Il papa di Giovanna' e il più bello tra i film di Pupi Avati, dai tempi di 'Ultimo minuto'. Nel 'Papa di Giovanna' ci sono errori di procedura penale, anacronismi lessicali e improprieta geografiche, ma queste imperfezioni sono esigue rispetto alle qualita dell'opera: impeccabile scelta degli attori (la Rohrwacher e da coppa Volpi), ritmo giusto, fotografia calibrata, memoria delle vittime dei bombardamenti intrisa d'affetto, coraggio e senso della misura nel rappresentare i crimini dell'epurazione. E quando Avati ha ricordato ai giornalisti incerti che quei fatti li ha visti, non gli sono stati raccontati, ha avuto fermezza, non e scivolato nel piagnisteo". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 settembre 2008) "'Il papa di Giovanna' e un apologo molto nero sulla famiglia italiana. Ma e anche un film sulla Storia: e un dramma di un uomo che, colpito da una tragedia privata indicibile, distrutto in ogni affetto, si chiude nel dolore e spinge la Storia sul pianerottolo, per non vederla. Ma come cantava De Gregori, la Storia entra dentro le stanze e le brucia, e quando Giovanna torna a casa la sua camera, rimasta chiusa per 15 anni, ha in se tutte le cicatrici del male che e stato fatto. 'Il papa di Giovanna' e un film bello e dolorosissimo. Oltre a Greggio, tutti gli attori sono magnifici: da Silvio Orlando a Francesca Neri, dalla giovane Rohrwacher alla rediviva Serena Grandi in un ruolo piccolo e toccante". (Alberto Crespi, 'L'Unita', 1 settembre 2008) "Gli attori sono tutti molto bravi, la giovane Rohrwacher, Francesca Neri, anche Ezio Greggio in trasferta dall'orrida trasmissione 'Veline': eccezionale Silvio Orlando per miseria fisica e caparbio amore. (...) Applausi forti, i pochi distributori stranieri qui presenti molto interessati: un grande critico abbraccia Avati e gli dice 'hai fatto un capolavoro'. E lui che pure e corazzato, scoppia a piangere". (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 1 settembre 2008) "In cifre in un realismo quotidiano in cui i sentimenti prevalgono, soffusi sempre, però, da una estrema delicatezza, perche i caratteri, e allora anche quelli di contorno, possano proporsi con tutte le necessarie tensioni, tra l'esplosione e il non detto senza mai una frattura. In una cornice cui la bella fotografia color seppia di Pasquale Rachini sa dar sempre il tono dell'epoca, mentre la recitazione, seguendo pur fra tanti fatti l'evolversi rapidissimo del racconto, si impone ad ogni svolta. Grande, grandissima quella di Silvio Orlando, un protagonista tormentato, spesso travolto, ma sempre umile e dimesso anche se mai rassegnato. Vi corrispondono con sensibilita Alba Rohrwacher, la fragile Giovanna, Francesca Neri, la madre, Ezio Greggio, capace, nei panni del poliziotto atteso da una fine tragica, di toni umanissimi, anche con accenti drammatici". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 1 settembre 2008) "La prima parte de 'll papa di Giovanna' di Pupi Avati, seconda opera italiana in concorso, e molto bella. Poi il film si slunga, diventa un prolungamento non necessario della narrazione, con episodi storici e lieto fine banali. Silvio Orlando e straordinario nella parte del padre che ama e protegge troppo, con attenzione ossessiva e presuntuosa illusione, la figlia adolescente psichicamente poco equilibrata. Alba Rohrwacher e brava nella parte di Giovanna, niente affatto innamorata del padre ma della madre che la ignora, assassina per gelosia (...) processata e ricoverata in manicomio criminale. Se non fosse matta, la storia starebbe forse in piedi meglio, ma davvero profondamente disturbata. Nel lungo epilogo, punteggiato di storie di guerra e dopoguerra, processi a fascisti e fucilazioni, la ragazza esce di manicomio, rivede per caso la madre che l'aveva abbandonata: la triste famiglia si ricomporra". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 settembre 2008) "Pupi Avati, invece, resta fedele al suo stile tradizionalmente realista, a un cinema pacato e lineare dove l'accento e messo sulle psicologie delle persone e l'attenzione si punta su chi sta negli ultimi ranghi, non in prima fila. E lo fa qui con una misura e un pudore che da tempo non gli riconoscevamo più. (...) Avati racconta questa storia, che attraversa la guerra e si conclude nei primi anni Cinquanta, come un piccolo romanzo familiare, privilegiando i rapporti tra padre e figlia ma offrendo anche alla madre la possibilita di far capire la sua freddezza e di vivere uno scampolo d'amore con il vicino. E se si esclude la sbavatura della scena in cui Greggio viene fucilato dai partigiani, che sembra più debitrice delle polemiche resistenziali che di una vera necessita narrativa, il film evita molte trappole avatiane, cancella la facile mitologia sui perdenti e scava dentro un rapporto tutt'altro che scontato". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 1 settembre 2008) "Impregnato di bromuro, dunque didattico e didascalico film in gloria della famiglia italiana patriarcale qualunque, e non ci sarebbe niente di male se i soldi fossero davvero solo privati, 'Il papa di Giovanna' di Pupi Avati coinvolge un gruppo di attori e attrici di classe per decolorare fino alla fiction, l'epopea di un povero Cristo di maestro di disegno che si prende cura con bonta e sensibilita sacrestana della figlia, bravissima a scuola ma di presenza erotica zero, destinata perciò al manicomio e all'eterno zitellaggio". (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 2 settembre 2008) "Ottimo fino all'arresto della colpevole, il film diventa convenzionale e ripetitivo nello psicodramma personale e storico che segue, e persino fastidioso quando azzarda un parallelo forse involontario tra fascisti e partigiani, soprattutto nel finale che si produce in un revisionismo stoico, ancora più che storico. Il regista bolognese non riesce ad uscire da se stesso, dalla sua autobiografia, dai suoi pregiudizi e persino il linguaggio e la struttura cinematografica rimangono le stesse di sempre". (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 ore', 2 settembre 2008) "Del personaggio di Francesca Neri, la madre inquieta e incapace di accettare il disastro, manca qualcosa in sceneggiatura, ma l'attrice lavora sodo su quello che c'e, mentre speriamo di rivedere presto Ezio Greggio dopo questo primo ruolo drammatico, il poliziotto fascista (buono) vicino di casa segretamente interessato. Nello scompenso tra una prima parte ben esplorata e una seconda puntellata appena da episodi sostanziali emergono gli incontri dolorosi e complici tra padre e figlia in manicomio, la casa nella campagna di Parma, la dispersione nella Bologna post Liberazione. Difficile accettare, però, il lieto fine". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 1 settembre 2008)

Copyright © Cinematografo 2009.



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