Una nuova vita
In una casa dove nel 1957 è avvenuta una terribile tragedia, una donna che ha perso il marito e che, in seguito allo shock, è stata ricoverata per quindici anni in una clinica psichiatrica, decide di aprire un ristorante ripartendo con una nuova vita. Ma strane voci e insoliti rumori la sproneranno a scavare in un passato scomodo per molti…
Una casa dalle finestre che non ridono
Si aspettava con ansia Il nascondiglio. Avati, infatti - pur sfornando allegramente una pellicola a stagione - da almeno quindici anni che non si cimentava con un horror, genere cinematografico gli ha riservato molte gratificazioni (il suo La casa dalle finestre che ridono resta infatti un piccolo cult del gotico italiano, come pure Zeder). Ma sia chiaro: Il nascondiglio non risponde alle attese, almeno non nella maniera sperata. Questo non significa, d'altra parte, che il film di Avati sia brutto; al contrario si presta a una molteplicità di letture, la sintesi delle quali fa pendere la bilancia sul lato delle occasioni perse, piuttosto che su quello delle opere riuscite.
Si nota immediatamente (se la locandina non fosse bastata) quanto l'opera sia strutturata come un horror - gli stilemi narrativi e le soluzioni sceniche adottate rimandano proprio ai canoni classici di quel particolare filone - eppure lo script se ne discosta non poco, puntando, più che sulla meccanica degli effetti e sulla suggestione delle atmosfere, sulla centralità della protagonista, con i suoi dubbi, le sue incertezze e le sue paure, indirizzando la pellicola verso il thriller psicologico. Ne nasce, così, un contrasto con le scelte espressive, che spesso non appaiono funzionali allo scorrere limpido della narrazione: che bisogno c'è, ad esempio, di costruire una lunga sequenza in cui l'attrice si avvicina in modo inquietante e circospetto a un banalissimo telefono che squilla, se il pubblico sa già che tale azione non costituisce una minaccia? Avati ci sa fare (la sequenza in sè è costruita magistralmente), e le potenzialità si avvertono, ma non vengono concretizzate a dovere. Altre scelte di questo tipo penalizzano il pathos ambientale, la creazione di un climax; la natura e i segreti del "nascondiglio" del titolo sono svelati attraverso una veloce quanto esplicativa inquadratura, sufficiente a depotenziare lo strano gioco delle parti che si instaura per tutto il corso della storia fra la protagonista e la casa nella quale vive. Dalle scelte narrative e dal lavoro sulla messa in scena risulta un improbabile amalgama privo di sintesi, che si rivela il tallone d'achille del film di Avati: certo, si potrebbe soprassedere sulla recitazione della Morante, minimalista ai limiti dell'irritazione, così come su una serie di ingenuità nel racconto che potrebbero non incidere sul livello qualitativo generale, ma l'insieme è mal calibrato, e i tasselli che compongono il puzzle globale non si incastrano alla perfezione.
Insomma, nonostante l'ottimo artigianato cinematografico, che conferisce alla pellicola uno spessore di assoluta dignità e solidità, emerge una sgradevole sensazione di disomogeneità, di scollamento fra le varie componenti che - pur risultando valide - non ottengono l'effetto sperato.
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"Ma per una volta il meccanismo del "passato che ritorna" e che ossessiona con i propri fantasmi gli incauti visitatori qui viene messo da parte. La trama è più semplice e più complessa allo stesso tempo, con la protagonista - significativamente senza nome - che deve fare i conti non solo con un passato misterioso ma soprattutto con un presente dove preti, avvocati e borghesi mettono in mostra una pericolosa ambiguità. E dove Avati può sconfiggere il buonismo mostrando la cattiveria umana dove meno te la aspetti." (Paolo Mereghetti, IO donna, 24 novembre 2007) "Con 'Il nascondiglio' Pupi Avati torna al primo amore dei generi, in particolare quel mix di horror, noir, mystery, con il quale si impose agli esordi prima di intraprendere un prestigioso viaggio poetico-sentimentale nella provincia emiliana. A circa trent'anni da 'La casa dalle finestre che ridono', al quale seguirono 'Tutti defunti... tranne i morti' e 'Zeder', l'autore bolognese rivisita le atmosfere delle case che nascondono misteri, fantasmi e presenze inquietanti e quel Midwest americano dove aveva girato 'Bix'. (...) Il plot giocato su una realtà difficile da penetrare e sulle possibili proiezioni di una mente fragile è discreto e la casa maledetta irradia un certo fascino gotico. Ma prima di arrivare al finale quanta dilatazione da detection tradizionale quando per l'ambientazione e le premesse ti aspetti altro, e Laura Morante appare a disagio nel ruolo della protagonista." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 17 novembre 2007)
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