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Il Mestiere Delle Armi Recensione

"Il Mestiere Delle Armi" recensioni

Film
Il Mestiere Delle Armi
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-03-23 10:56:15
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

Dalle note di regia: "La morte di un giovane è sempre un'offesa alla vita; una bestemmia contro il destino e la stupidità degli uomini. (...) Il "progresso" della scienza e della tecnica non garantisce all'uomo una rispettiva crescita morale e civile, un nuovo, adeguato sentimento di umanità."

"Invettiva arcana, austera, quasi sommessa, sulla distruzione del mondo nei giorni che inaugurarono la palla di piombo (...) Un prodigioso impegno di fusione dei dipinti e della lingua italiana rinascimentali nell'immaginazione documentata di Olmi, che non concede al quadro e alla parola alcuna contaminazione (ci vuole qualche minuto prima di 'entrare' nel film) (...). Storia e metafisica per condannare 'la via più breve alla crudele morte'. Il mestiere del cinema tra Kurosawa e Tarkovski". (Silvio Danese, 'Il giorno', 11 maggio 2001).

"Il film, implacabilmente refrattario alle risorse post-moderne degli effetti speciali, è realistico, a partire dalle armature fatte rifare su disegni dell'epoca; ma soprattutto nella straordinaria materialità con cui riesce a rappresentare gli oggetti: il cannoncino, il crocefisso che i soldati infreddoliti vogliono bruciare suscitando l'ira di Giovanni. 'Il mestiere delle armi' contiene anche le prime scene di sesso del cinema olmiano, però sono scene che, più luttuose delle scene di morte, lasciano un gusto di cenere". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 maggio 2001)

"Il film di Olmi è la storia di un eroe, di un eroe nel senso pieno della parola. Il rigore storico - documentario del regista è tale che nessuna parola, nessuna scena è stata inventata. La pellicola diventa un grande affresco della condizione umana, una riflessione profonda e sentita sui valori autenticamente umani. La coerenza, la lealtà, il rispetto". (L'Eco di Bergamo', 11 maggio 2001)

"Il soggetto de film nobile, avventuroso, rigoroso, è in realtà la morte: la presenza, la sofferenza, la cultura della morte". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 11 maggio 2001)

"'Il Mestiere delle armi' è anche un magnifico ritratto, ottenuto sbalzando dall'ombra la fosca figura di Joanni, la sapiente radiografia di un'anima chiaroscurata a forza di fatti, non di parole; un affresco dipinto con poche pennellate vigorose in cui però c'è di tutto (...) Un grande personaggio per un grande film corale che rifiuta le psicologie, comprime le battaglie in pochi scorci fulminanti, istoria il racconto di ellissi e flashback, corteggia l'oscurità grazie alla bellissima fotografia di Fabio Olmi, insomma sfida tutte le convenzioni del cinema in costume (e non solo). Non sarà facile decifrarlo, specie per gli stranieri". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 maggio 2001)

"'Il mestiere delle armi' lascia un segno speciale e ci ricorda che c'è ancora il cinema oltre alla tv, oltre la sceneggiatura ben congegnata, oltre il blockbuster. Un cinema difficile che non concede, ma nemmeno nulla sottrae, allo spettatore, fusione calda di anima e immagine. (...) La fotografia dipinge quadri rinascimentali. La luce, i fumi, la nebbia, la neve e il freddo iniettano negli occhi la violenza di tempi bui e iniqui, mentre la bella musica di Fabio Vacchi sospinge le immagini verso la sacralità. La violenza del conflitto è fredda come quel rilucere di armature nel grigio dell'inverno". (Piera Detassis, 'Panorama', 24 maggio 2001)

"Un film di Olmi non si limita mai a raccontare una storia e in questo caso 'Il mestiere delle armi' non è solo uno dei rari kolossal italiani, un nostro 'Gladiatore' altrettanto spettacolare ma certamente più rispettoso della storia e più profondo; è infatti permeato di quel senso religioso, alto e drammatico, che non ha niente a che fare con la piccola superstizione religiosa che oggi invade il video coi suoi santi, i maghi, i suoi miracoli, le sue superstizioni". (Natalia Aspesi, 'D - Donne', 22 maggio 2001)

Copyright © Cinematografo 2006.



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