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Trama
La vicenda si svolge nella Spagna del 1944. Una ragazzina viaggia con la madre incinta per andare a trovare il suo padre adottivo, un ufficiale franchista crudele e cinico, impegnato in una spietata repressione nei confronti di alcuni insorti che popolano i boschi circostanti. Ofelia, questo il nome della bambina, appassionata di fiabe, per sottrarsi alla realtà violenta che la circonda, si rifugia in un mondo fantastico, creato dalla sua immaginazione, nel quale si vedrà impegnata, con l'aiuto di un fauno, a superare tre prove per poter riottenere il regno che secoli prima aveva perduto…
Controcorrente nel labirinto
Posso confermare che è del tutto casuale che il secondo film da me recensito sia anch'esso di un regista messicano (Guillermo Del Toro), così come lo era Inarritu in Babel; è invece una realtà che i registi di nazionalità messicana si stanno facendo strada a suon di talento registico e di film di qualità. Qualità probabilmente dovuta, diversamente che negli Stati Uniti, all'assenza, o almeno a una ridotta presenza, nell'industria messicana del cinema, di rigidi paletti da rispettare che possono rappresentare un ostacolo alla creatività dei registi. Sia Del Toro che Inarritu hanno, infatti, avuto modo di esprimere il loro talento con opere prime di produzione messicana molto interessanti (il curioso Cronos per il primo e Amores Perros per il secondo), attirando, così, l'attenzione di produttori hollywoodiani in cerca di registi competenti da importare negli States. Entrambi condividono notorietà e paese di provenienza ed entrambi, sebbene trattino argomenti con modalità espressive completamente diverse tra loro, possono considerarsi dei registi completi. Inarritu contempla, in particolare, le forze supreme dell'universo che agiscono sull'uomo e quelle che l'uomo usa per reagire sul mondo stesso, ma con un occhio così maturo da poter intimamente analizzare la straziante drammaticità che pervade i destini di uomini deboli e fragili. Del Toro, al contrario, pur presentando un profilo registico molto meno complesso - avendo trattato, fin dagli inizi della carriera, film e generi di puro intrattenimento (senza troppe pretese se non quelle auspicabili al botteghino) -, comunque riesce ad imprimere un marchio d'”autore”, modellando ed implementando un' 'anima” filmica raramente riscontrabile in generi horror o thriller. Così se Mimic è un horror dignitoso e Blade II sembra addirittura migliore per ritmo ed atmosfere urbane marce ed oscure, Hellboy, penultimo film prima dell'inizio della sua nuova fase più prettamente d'autore iniziata con Il segno del diavolo, non mostra grandi differenze rispetto a quelle pellicole narranti funamboliche imprese di super eroi, peraltro sostenute in maniera decisiva da budget astronomici. Infatti le carenze in Hellboy, riscontrabili a livello di spettacolarità, vengono colmate da una forte componente ironica e da una tendenza dissacrante, che, attraverso le vicende del protagonista, dipinto come un demone rozzo dedito a qualsiasi vizio caratteristicamente 'umano”, riusciva a dare, ribaltano decisamente lo stereotipo del super eroe.
Premesso questo, è evidente come Del Toro, consapevole delle sue capacità di rielaborazione del genere, abbia questa volta mancato il bersaglio, e non di poco. Il labirinto del fauno, al festival di Cannes, è stato etichettato con il marchio 'horror”, suscitando polemiche da parte di alcuni recensori che l'avrebbero meglio collocato nel genere fantasy, dove mondi incantati e fatine volanti dominano lo schermo; ma la netta sensazione che si ha, vedendolo, è proprio che ci si trovi davanti ad un vero e proprio horror, tra l'altro becero, in cui la violenza gratuita, morbosamente esibita con sangue a fiumi, mutilazioni, pestaggi e persino torture, relega l'aspetto 'fantastico” in secondo piano. E neanche tale aspetto si salva, in quanto alcuni risvolti nella trama appaiono campati in aria ed altamente improbabili, nonostante la vicenda si dipani su una falsariga fantastica. Altre situazioni, invece, scadono involontariamente nel comico, come la prova del rospo gigante che vomita se stesso. Altre, invece, (tutte comunque all'insegna di una sfrenata estetica del disgusto alimentata da blatte, autosuturazioni e spari in testa), quelle che Ofelia deve superare per poter ritornare nel suo regno incantato, finiscono per essere completamente soffocate dal realismo che Del Toro imprime goffamente al contesto storico di contorno (l'ufficiale fascista alla caccia dei ribelli), allo scopo di avvalorare la tesi del film per la quale il vero orrore si nasconde nella realtà e, quindi, negli uomini. Ma per raggiungere tale obiettivo non è sufficiente la gratuita esibizione di un intero repertorio di atrocità (amputazioni, esecuzioni sommarie, sangue guizzante a go go), dalle quali neanche le fatine, in sembianze d'insetto stecco, si salvano, orribilmente divorate da mostri raccapriccianti. Di fronte a tutto ciò viene da chiedersi per quale ragione Ofelia, per estraniarsi dalle vicende violente e spaventose che la circondano nella realtà, si crei un mondo ancora più spaventoso, con mostri senza occhi, viscidi rospi e paurose creature.
Il risultato è un film ibrido che riesce a far entrare in conflitto entrambi i suddetti aspetti, quello realistico e quello fantasy, che si annacquano l'un l'altro, sviliti da una brutta sceneggiatura. Neanche la regia mobile e sobria, seppur sprecata, la buona recitazione (in cui spicca Sergi Lopez, nel ruolo dello spietato ufficiale franchista) ed un uso parco degli effetti speciali (che io considero, comunque, un punto a favore) riescono a valorizzare la loro commistione. In conclusione Guillermo Del Toro, che in questo film può apparentemente collocarsi tra Tim Burton e Peter Jackson, si ingegna ad inserire un film horror di serie B in una storia fantasy, ponendolo alla sua completa dipendenza (ma non interdipendenza), fedele alla sua idea di riabilitazione e ribaltamento dei generi. Operazione, questa, che qui tuttavia non si realizza, nella misura in cui essi, svuotati delle loro tipiche caratteristiche, non riescono a potenziarsi a vicenda. Rimane una sensazione di incompiutezza che neanche l'intento (pretenzioso) di rievocare, con le comunque belle scenografie, le 'pitture nere” di Goya (in particolare 'Saturno che divora uno dei suoi figli”) riesce a sopperire. E mi vengono i brividi (anche se in alcuni cinema è esibito il divieto per i minori di quattordici anni) a pensare a qualche sprovveduto genitore che, credendolo un racconto fantastico, decida di portare i pargoli al cinema a vederlo. Eppure la critica e gran parte del pubblico è rimasta inebetita, affascinata, ipnotizzata e sperduta nel labirinto del fauno. E voi?
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