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Il Divo Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-05-28 09:15:00
Provider
Cinematografo
Recensione
"Nessuno sa quanto si debba amare Dio per capire che bisogna perpetrare il Male al fine di salvaguardare il Bene". È nel monologo-confessione di un Andreotti/Servillo con sguardo fisso in camera la sintesi de Il Divo, pop-biopic costruito da Paolo Sorrentino intorno alla figura del senatore a vita ai tempi del suo settimo e ultimo governo, per raccontare il passaggio cruciale che, di fatto, sancì la morte della Prima Repubblica. Dall’ouverture shock con l’elenco di morti eccellenti, passando per l'arrivo della "brutta" corrente (in grande spolvero il Cirino Pomicino di Buccirosso), la consueta camminata a Via del Corso per la confessione mattutina ("i preti votano, Dio no..." dice Belzebù al sacerdote che gli ricorda di quando arrivava in chiesa insieme a De Gasperi), contrappuntata dal Pavane di Fauré, fino alle accuse dei pentiti di mafia, il processo di Palermo e quello di Perugia per l’omicidio Pecorelli: fortunatamente alla larga da qualsiasi tentazione calligrafica e sostenuto da un lavoro sul suono come al solito eccellente (premiato a Cannes, insieme alla fotografia di Bigazzi), Sorrentino dimostra una volta di più quanto totalizzante ed estrema sia la sua idea di cinema, amalgama di sequenze dall’atmosfera e dall’impatto devastanti, surrealista ai limiti del parossismo, come lo skateboard che attraversa i corridoi di Montecitorio seguito dall’auto di Falcone in volo esplosa a Capaci. Non manca l’invettiva, come era prevedibile, ma il cinema civile di Rosi e il coraggio di Petri erano altra cosa: inquadrando Andreotti si racconta un’enorme pagina del nostro Paese, è vero, magari provando a concepirne il presente esplorando il recente passato, ma il contraccolpo sull’oggi sembra essere meno assordante di quanto sia stato con Il Caimano di Moretti e la sensazione - sorvolando sulla scelta di "iconizzare" a tal punto il personaggio da farlo esprimere sempre e comunque per aforismi - è quella di trovarsi di fronte ad un altro amico di famiglia (si pensi alla scena in cui accoglie in casa tutti i poveri vecchi elettori), meno becero ma forse più inquietante.

Copyright © Cinematografo 2008.

Scheda Film
Il Divo
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-05-30 13:05:09
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Il divo della politica

Il 13 aprile del 1991 nasce il settimo governo Andreotti: nulla di nuovo per il massimo esponente della Democrazia Cristiana, che con l'incarico ha 'una discreta consuetudine”. Ma l'esperienza fallirà poco più di un anno dopo, e Andreotti, persa anche la corsa alla Presidenza della Repubblica, si ritroverà accusato di connivenze con la mafia. Il Senato concede l'autorizzazione per il procedimento giudiziario, mentre gli spettri della Storia recente, dal rapimento di Aldo Moro all'omicidio di Mino Pecorelli, riemergono dal passato...

Una farsa nel suo farsi

Affilate le lame della satira e preparatevi a vivere i retroscena della commedia del potere, un autentico viaggio dietro le quinte di un mondo (o forse di un paese) in cui tutto fa spettacolo, ogni luce è un riflettore e ogni evento è un palcoscenico: d'altra parte, non sono forse tutti grandi mattatori, istrioni o showmen i protagonisti de Il Divo? Sono maschere da commedia dell'arte, deformate nei loro vizi e nelle loro virtù (più vizi che virtù, a dire il vero) dallo sguardo grottesco, delirante, splendidamente eccessivo di Paolo Sorrentino, focalizzatosi ora, dopo le storie 'piccole” e ammalianti de Le conseguenze dell'amore e L'amico di famiglia, sulla Storia recente dell'Italia repubblicana in generale, e su quella di uno dei suoi interpreti principali in particolare. Ma raccontare la vita di Giulio Andreotti significa raccontare l'esistenza di un paese intero, e allora accade che il film, oltre a mostrare il teatro dei burattini dalla prospettiva di chi li manovra, offra pure un momento di autoanalisi collettiva: frammenti della nostra Storia, insomma, morti tragiche rimaste irrisolte, domande senza risposta, profonde pugnalate inferte nel ventre molle della struttura sociale e della coscienza civile; e la presenza di Andreotti aleggia su ognuna di queste. Come si dice in una sequenza chiave, sarà solo 'un caso”. Capitato però a una persona che al caso non ci crede.

Così, di fronte al puzzle visionario de Il Divo viene da chiedersi se non sia tutto uno scherzo, una colossale burla dal quale finalmente risvegliarsi ('è tutto una barzelletta” – scriveva Alan Moore – 'perché non ne vedi il lato comico?”), ma Sorrentino mette a nudo la 'micro-fisionomia” dei personaggi e degli eventi – ovvero le componenti essenziali di una persona, di un fatto o di una realtà, riconoscibili anche se trasfigurate nel grottesco – ricordandoci che ogni interprete della vita sociale e politica si muove secondo un cinico 'giuoco delle parti” di pirandelliana memoria, nel quale la verità dev'essere offuscata in favore di un presunto bene superiore; se il potere logora chi non ce l'ha, di certo corrompe chi lo detiene.

Brillante prova d'attori (controllatissima e mai sopra le righe, nonostante i toni del film), musiche ipnotiche di Teho Teardo: un'opera soffusa di fascino e di mistero, con la quale Sorrentino prosegue la sua ricerca su un cinema estetizzante e spettacolare nella messa in scena. Da vedere.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Scheda Film
Il Divo
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-07-01 05:08:40
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Con 'Il divo' Sorrentino non solo sferra la più violenta accusa alla classe politica italiana vista dai tempi di 'Todo Modo', ma cambia le regole della rappresentazione di quella stessa classe. Siamo in una specie di "quarta dimensione" dove la citazione di nomi, cognomi e soprannomi si mescola con effetto pulp alla deformazione grottesca dei volti, alle immagini d'archivio. E alle sferzanti lettere dalla prigionia di Aldo Moro. L'effetto e potente, a tratti sconcertante. Scrive Moro: 'Andreotti e rimasto indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo disegno di gloria... Cosa significava davanti a tutto questo il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, che significava tutto questo per Andreotti una volta conquistato il Potere per fare il Male, come sempre ha fatto il Male nella sua vita? Tutto questo non significava niente'. Intanto la colonna sonora alterna l'elettronica a Vivaldi, i Ricchi e Poveri a Sibelius, ed e questo caos di forme e di registri che ci resta addosso. Che cosa abbiamo visto, una farsa, una tragedia, un film dell'orrore? Chissa, forse non c'era proprio niente da vedere. O magari e il nulla del potere, quello di cui parla Moro nel finale, che Sorrentino e il suo grande cast Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso ci hanno chiamati a contemplare. (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 maggio 2008) "'Il divo' si apre con la nascita del settimo governo Andreotti e si chiude con il suo rinvio a giudizio per mafia e assassinio, ma il film non vuole essere una ricostruzione cronachistica di quegli anni. Piuttosto mescola e intreccia, con uno stile insolito e sorprendente, pubblico e privato, impressioni e fatti, per restituire l'atmosfera di un periodo cruciale per la storia d' Italia, quello in cui sarebbe nata Tangentopoli e sarebbe morta la Prima Repubblica ma soprattutto in cui il rapporto tra Politica e Paese sarebbe stato più scollato e volatile. Per questo e un film sull'idea di Potere e solo di conseguenza su chi, quel potere, lo incarnò al massimo grado. Sorrentino, che ha scritto da solo la sceneggiatura con la consulenza giornalistica di Giuseppe D'Avanzo, non procede per fatti o denunce, ma piuttosto per immagini, suoni e associazioni visive. La cronologia mescola gli avvenimenti per lasciare all' occhio (più che alla memoria) il compito di guidare lo spettatore, affidando spesso alle donne - la moglie Livia (Anna Bonaiuto, maiuscola), la segretaria Enea (Piera Degli Esposti, altrettanto grande), una nobildonna (Fanny Ardant) - il compito di fare da controcanto alla politica e agli atti pubblici. Non tanto perche sia il privato la chiave con cui svelare i segreti di Andreotti, quanto perche quell'ambito permette al regista maggior liberta e invenzione. In questa logica, il grottesco diventa la chiave estetica per capire il vero volto di una Politica che altrimenti rischierebbe di ridursi a un campionario di gag." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera, 23 maggio 2008) "Ne 'Il divo' Sorrentino ha fuso con gioiosa irriverenza privato e pubblico, esteriorita ed interiorita, del divo Giulio Andreotti. La versione apocrifa del biopic andreottiano parte dal '91 e l'ex presidente del consiglio e introdotto alla vigilia del suo settimo governo con una sfilza di morti e sangue che nemmeno in un film di gangster. Ci sono tutti i cadaveri eccellenti degli anni '70 e '80: Aldo Moro, Mino Pecorelli, Michele Sindona, Roberto Calvi, Giorgio Ambrosoli, Giovanni Falcone. Ogni morto rappresenta un livello d'intrigo e di denuncia del potere politico italiano. Ogni salma e accompagnata da una scritta rossiccia sempre un po' sbilenca che ne illustra le generalita. E per comune denominatore un pezzo musicale sparato a mille. Si entra dentro a 'Il divo' come si potrebbe entrare nel ritmo vorticoso di 'Quei bravi ragazzi': questione di stile, spesso strabordante. Sorrentino spiega il Glossario italiano fatto di acronimi (BR, P2, DC ecc...) poi si assesta sul viso frontale, di profilo, la gobba del senatore a vita. Carrellate, ralenti, grandangoli dal basso: arrivano gli uomini fidati, quelli delle correnti andreottiane, il circo barnum degli Sbardella, Ciarrapico, Evangelisti, Cirino Pomicino, Salvo Lima. L'allegoria e evidente, il mascheramento degli attori e la trovata del secolo. Non ci sono sosia e nemmeno cloni. Il trucco e scivolare addosso al personaggio raccontato ed entrare e uscire continuamente dalla maschera. Così ci s'immerge nella finzione del film come in una vasca purificatrice delle malefatte della politica italiana dell'ultimo trentennio." (Davide Turrini, 'Liberazione', 24 maggio 2008) "Il protagonista Toni Servillo e magnifico; sono perfette Piera Degli Esposti e Anna Bonaiuto. Stupendi gli ambienti: la Camera e il Transatlantico molto ben ricreati, i palazzi del potere. Stupende anche le musiche, mix di Vivaldi, Sibelius, Saint Saens e canzoni sentimentali come 'E la chiamano estate' o 'I migliori anni della nostra vita' di Renato Zero." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 23 maggio 2008) "Altro che film cattivo, come l'ha definito Andreotti. 'Il divo' e una sorta di tsunami che si scaglia contro il senatore a vita e su quarant'anni di regime democristiano. Un cinema capace di descriversi nella migliore tradizione del nostro cinema di impegno civile ma con l'aggiunta di quel pizzico di follia visionaria che Paolo Sorrentino ci ha gia fatto conoscere. In quella Roma di intrighi, Vaticano e sfilate di potere fanno addirittura pensare a Fellini. Fin dai titoli di testa 'Il Divo' e una mitragliata di battute, di sarcasmo e denuncia." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unita', 23 maggio 2008) "'Il divo', paradossalmente, involontariamente e un film consolatorio, allontana i fantasmi e i mostri relegandoli al folklore e al passato. Eppure sono ancora qui." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 24 maggio 2008) "Fedele al suo originalissimo stile che rifugge dal realismo, Sorrentino mescola pubblico e privato scegliendo la chiave del surreale, dell'astrazione, del grottesco e costellando la messa in scena di immagini sorprendenti. Al di la però del suo innegabile valore artistico 'Il Divo' si ritrova vittima di un paradosso: da una parte non piace al senatore Andreotti che contesta quell'immagine di se così cinica e spietata: dall'altra fa infuriare gli anti-andreottiani più accaniti perche dal film di Sorrentino il protagonista risulterebbe in ultima analisi troppo simpatico e dotato di un'eccessiva dose di enigmatica grandezza." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 24 maggio2008) "Un film e spettacolo. 'Il Divo' e più spettacolare di 'Gomorra' di Matteo Garrone, perche braccianti con la pistola avvincono tanto poco quanto braccianti della vanga, mentre Andreotti invece e un pezzo di storia patria. Con Pio XII, De Gasperi, Nenni e Togliatti, e stato fra i baluardi dell'Italia che aveva perso la guerra; grazie a loro l'Italia ha vinto la pace. E 'Il Divo' lo riconosce, sebbene antipatizzi per la Dc. Non solo. Esteticamente il film e molto avanti rispetto alla media nazionale: per qualita delle immagini di Luca Bigazzi; per fluidita del montaggio di Cristiano Travaglioli: per inventiva nella sceneggiatura dello stesso Sorrentino; per dignita di Anna Bonaiuto nel ruolo di Livia, moglie di Giulio. 'Il Divo' ha un difetto? Toni Servillo imita meno Andreotti e più Oreste Lionello quando imitava Andreotti." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 24 maggio 2008) "Questo non e un film con tanti piccoli Alighiero Noschese, ne una puntata del Bagaglino: e una tragedia greca dove tutti indossano maschere che nascondo le logiche, i rituali, il teatro del potere. E come nel 'Caimano' tali maschere ripetono le stesse note: il film e un pot-pourri di massime andreottiane, esattamente come il Berlusconi di Nanni Moretti pronunciava solo battute del Berlusconi vero. Per questo 'Il Divo' non e un film da politologi: non aggiunge nulla a ciò che sappiamo di Andreotti e della Dc, ma lo trasforma in pura rappresentazione della politica, costruita su toni visionari - incredibili le scenografie di Lino Fiorito e la fotografia di Luca Bigazzi - non lontani dall'orgia in maschera di 'Eyes Wide Shut'. Qui veniamo all'unica perplessita: lo stile, perfetto nella prima mezz'ora (...) non ci sembra all'altezza quando entra in scena la tragedia vera. Quasi si rimpiange che Sorrentino non abbia ambientato tutto il film tra Montecitorio e Via del Gesù. Resta comunque una lettura originale della politica italiana, con un grande interrogativo: gia a Lugano, chi capira qualcosa?." (Alberto Crespi, 'L'Unita', 24 maggio 2008) "A noi personalmente il film di Sorrentino, ha affascinato in certi momenti in cui ha frugato, con la foga di uno scienziato che guata i bacilli al microscopio, tra le pieghe, tra le ombre di un personaggio certo complesso, certo contraddittorio al di la del suo volto di pietra. L'odio-amore per Moro, l'amore-odio per Cossiga, l'inferiority complex di fronte alla grandezza, autentica, di De Gasperi. Ma la fascinazione non dura a lungo. Non può durare colla presenza continua di Toni Servillo che umilia la sua ormai leggendaria bravura, entrando continuamente in scena con una truccatura che non lo fa sembrare Andreotti, ma semmai la caricatura di Andreotti che Oreste Lionello fa da trent'anni al Bagaglino." (Giorgio Carbone, 'Libero', 24 maggio 2008)

Copyright © Cinematografo 2009.



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