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"Il sentimento che questo romanzo di vita con tocchi da melodramma esprime, amore e morte in prima linea e la sensazione di un misto dentro al cuore: il non essere ne di qua ne di la, ne tradizionalisti ne progressisti ne indiani ne americani, un continuo passare dalla vicinanza alla lontananza che non e solo una questione di viaggi. Lo sguardo bello e dolce, ma in fondo infelice, della madre (gli attori sono tutti straordinari) esprime questo dubbio e da l'impronta sentimentale a una storia che si inserisce nel famoso 'nuovomondo' che anche Crialese ha raggiunto con gli italiani. Sono molto indovinati alcuni tocchi, la family life, il piccolo razzismo che serpeggia ovunque, il figlio architetto che sbanda per una yankee snob. Il ritmo del film e quello della vita, momenti lieti e-o tristi, anche insieme, si invecchia e si diventa più agiati, attenzione a distinguere contentezza e felicita, raccomanda l'autrice. E ci sono almeno due momenti da ricordare: la reazione della moglie alla notizia della morte del marito, quando accende tutte le luci della casa; e l'altrettanto improvvisa confessione della sposina che ammette di avere un affaire con un altro uomo che invece di Gogol ama Stendhal. Intanto 'Il cappotto' fa da complice e testimone alla storia che la furba Nair gira benissimo, con tutti gli incroci della commozione come un melò dell'antica Hollywood. Che non diventa mai Bollywood se non nei momenti delle cerimonie che sono sempre però psicologici e mai solo coreografici. Mentre escono in Italia film che riguardano la cultura indiana la regista di 'Salaam Bombay' riprende con pura fiction le fila delle contraddizioni. E con un piglio di racconto che chiama a raccolta tutti i sentimenti senza preferenze, spargendo corone di fiori ma anche ironia. Tanto e vero che la soluzione finale e proprio quella di accettare la vita in viaggio, il continuo movimento come salvaguardia dell'identita. Forse e un concetto antico, molto romantico, ma che si addice bene ai tempi multietnici in cui stiamo vivendo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 ottobre 2006) "Con 'The Namesake' ('Il destino nel nome'), dal romanzo dell'indiana americanizzata Jhumpa Lahiri, Mira Nair racconta le famiglie della diaspora, i conflitti domestici, la distanza generazionale e insieme culturale che forgia corpi e gesti dei personaggi. (...) Quelle radici rimosse senza nemmeno conoscerle tornano con imprevista violenza, tutta la sua vita passata assume un senso nuovo. Anche perche stavolta Mira Nair non cede al pittoresco, o meglio lo manovra con abilita e discrezione. Infatti le cose più emozionanti di questo film sempre in bilico fra il pudore e l'effusione sono quelle appena accennate, le famiglie d'origine di lui e di lei (con il suocero a Calcutta che dedica preziosi acquerelli alla nascita del nipote), i sentimenti mai dichiarati ma sempre più forti fra i genitori, sposatisi per volere della famiglia, e via suggerendo. Una bella crescita per la regista di 'Salaam Bombay' e 'Monsoon Wedding'. E una nuova bandiera sulla mappa del cinema globalizzato e meticcio". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 ottobre 2006) ""Mira Nair, specialista in esotismi liofilizzati che abbindolano le giurie dei festival (inclusa quella che a Venezia presiedeva Nanni Moretti), ha distillato la solita miscela di India tradizionale in contrasto con gli Stati Uniti pragmatici nel 'Destino nel nome'. Dice la sua pubblicita: 'I viaggi più belli sono quelli che riportano a casa'. Sì, ma solo quando sono stati viaggi d'emigrazione, come quella di una coppia indiana che ha un figlio a New York nel 1977 e lo chiama Gogol. Il destino del ragazzo ruota attorno al nome, ispirato da quello dello scrittore russo. Che e un pretesto flebile, a dir poco. Per vedere un po' di Calcutta, il film va bene; per capire l'India, no." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 17 ottobre 2006) "Mira Nair, pur ispirandosi al romanzo 'L'Omonimo' di Jhumpa Lahiri in questo 'Il destino nel nome' porta la sua esperienza diretta nell'inquadrare il racconto. Si e infatti laureata due volte, prima a Delhi, poi a Harvard. Conosce quindi benissimo la lacerazione della doppia cultura, quella d'origine e quella acquisita, talvolta così lontane da rendere problematiche le scelte individuali. E da questa esperienza mette in scena un film che scorre nell'arco di trent'anni mostra generazioni diverse, con un affetto nei confronti dei personaggi che da il tono a un film che rischierebbe il melodramma a tinte forti. Certo, non manca qualche indulgenza matrimoniale, nel senso che la cerimonia molto teatrale esercita sulla regista un fascino irresistibile, ma nell'insieme le emozioni sono calibrate e appassionanti. Nonostante si tratti di un tema più volte affrontato, e bandito il manicheismo, le contraddizioni sono esplicitate senza moralismi ma non si affonda nel luogo comune, tantomeno nella tragedia che non appartengono al bagaglio di Mira Nair, più propensa a tratteggiare l'animo umano e i rapporti interpersonali. E in questo quadro buona parte del merito va a Tabu, l'attrice indiana che interpreta il personaggio della madre, vero collante del film e della famiglia, una straordinaria scoperta, almeno per noi, perche in patria e conosciutissima." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 1 giugno 2007) "Sulla falsariga di un romanzo della premiata scrittrice Jhumpa Lahiri, la regista indiana Mira Nair mette a fuoco una dialettica interiore che lei stessa ha sperimentato nel corso della sua carriera: in un mondo dove sempre di più i confini politici e culturali perdono significato, quanto si può (e si deve?) conservare della propria originaria matrice etnica? Un po' appesantito da un eccesso di divagazioni, 'Il destino nel nome' evidenzia bene il senso del libro spostando più volte la scena tra il Queens e Calcutta. Gli interpreti sono molto comunicativi, da Karl Penn all'esordiente bellissima Tabu a Irfan Khan, che al suo paese e un divo." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 1 giugno 2007) "La regista di 'Salaam Bombay', 'Mississippi Masala' e 'Monsoon Wedding' torna con 'Il destino del nome' a raccontare il proprio vissuto nell'incontro, non facile ma animato da curiosita e apertura, tra radici, tradizioni e identita indiane e mondo occidentale moderno. Lo fa attraverso l'adattamento di un romanzo di Jhumpa Lahiri che in 'The Namesake' ('L'omonimo') racconta la propria esperienza di sradicata e di americanizzata." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 1 giugno 2007)
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