"È chiaro che Mauro Cappelloni, esordendo nella regia dopo. anni di militanza a tutti i livelli del cinema, ha inteso rifarsi ai tanti casi di corruzione pubblica e privata cui abbiamo assistito in questi anni, ma se il suo personaggio ha un suo carattere e, spesso, anche una sua logica, l'ambiente attorno e i vari nodi che prima lui stesso stringe e poi lo stringono fino ad annientarlo, oltre a non essere chiari, sembrano spesso il frutto di informazioni piuttosto superficiali sugli ambienti dell'alta finanza e su certi loro sistemi. Questi ambienti, oltre a tutto, al momento in cui ci son rappresentati, si propongono, nonostante il continuo parlare di milioni di dollari, sotto aspetti piuttosto dimessi in interni non dissimili da quelli della borghesia più modesta. (...) Non è sempre così, invece, di conseguenza il film incide poco e non graffia come vorrebbe. Lo riscatta abbastanza, comunque, la presenza di Gianmarco Tognazzi nei panni del 'decisionista': spregiudicato e brusco quel tanto che serviva, spesso in linea con quei 'vilain' del cinema americano pronti alla fine ad andare incontro alla loro punizione. La giornalista è Maria Grazia Cucinotta, che resta, anche come personaggio, molto di sfondo. Peccato, perché, anche se forse non recita, è bella". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 luglio 1997).
"Inqualificabile polpettone parapoliziesco di rara sciatteria e superficialità, diretto da tale Maurizio Cappelloni, autore anche dell’assurdo soggetto e della sceneggiatura, penoso sotto il versante giallo e intollerabile per le pretese moralistiche. Gianmarco Tognazzi annaspa alle prese col suo allucinato personaggio, la ridicola Maria Grazia Cucinotta è la più improbabile giornalista della storia". (Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 29 dicembre 2001)
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