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Quell'orologio che corre in senso inverso…
In un ospedale di New Orleans, mentre in città sta per avvicinarsi un uragano, un'anziana donna è sdraiata sul suo letto di morte, assistita dalla figlia. Ha un ultimo desiderio: ascoltare, dalla voce della figlia, la storia scritta su un diario che ha portato con sé. Non vuole rivelarle a chi apparteneva, vuole solo che lei lo legga; ma già dalle prime righe è chiaro che non si tratta di una storia come tante altre, poiché il suo protagonista dichiara di essere nato 'in circostanze straordinarie”.
E' la storia di Benjamin Button, un uomo che, nato vecchio, ringiovanisce progressivamente con il trascorrere degli anni…
Ciò che manca a Benjamin Button
C'è qualcosa di estremamente triste e toccante nella storia di un uomo la cui vita scorre al contrario. E' l'insostenibile consapevolezza del 'diverso”, unico della sua specie e dunque privato della prospettiva di un'esistenza 'comune”: un'esistenza il cui significato egli ricerca quindi nel viaggio, nella fuga da un mondo estraneo.
Nel film di David Fincher, diversamente dal delizioso racconto di Fitzgerald (del quale conserva soltanto l'idea iniziale), Benjamin Button tenta in effetti di dare alla sua vita un senso epico, un valore irripetibile, al punto da attraversare e vivere sulla sua pelle circa ottant'anni di Storia americana, alternando una partecipazione attiva al corso degli eventi a un atteggiamento più passivo, da outsider (se non addirittura da novello Candide, a tratti). Ma la sua prospettiva è davvero quella dell'outsider?
La sceneggiatura di Eric Roth (e prima ancora il soggetto, scritto da Roth con Robin Swicord) non riesce a calarsi completamente nello sguardo e nei sentimenti di un individuo eccezionale che vive una vita eccezionale, non riesce a farne emergere la profonda solitudine, né il senso di inevitabile condanna. E quel 'qualcosa” di cui si parlava all'inizio, il valore tragico del personaggio, si perde.
Il curioso caso di Benjamin Button brilla allora di alcuni momenti magici (l'episodio con Tilda Swinton) e di fascinose figure umane comprimarie, ognuna con una storia da raccontare: ma tutto questo stride, purtroppo, con certi snodi narrativi decisamente affrettati – nonostante una durata superiore alle due ore e quaranta – che lo script sembra avere difficoltà a risolvere; è il caso del finale, ad esempio, o del rapporto fra Benjamin e il padre che lo aveva rifiutato. Dal canto suo Fincher, sempre più alla ricerca di un'autorialità eclettica dopo l'ottimo Zodiac, evita i virtuosismi autocompiaciuti, costruisce alcune belle inquadrature e gioca sulle atmosfere, senza però saper emozionare né colpire al cuore lo spettatore.
Pacata e calzante, ma non memorabile, l'interpretazione di Brad Pitt, il cui volto invecchiato al digitale è stato applicato a quello di Benjamin 'bambino” (ma il computer, all'opposto, è riuscito anche a riportarlo all'epoca di Thelma e Louise). Per il resto sempre splendida Cate Blanchett, ma in un film che pare aver sprecato le sue enormi potenzialità si ricordano più volentieri alcuni ispiratissimi personaggi 'di contorno”.
Un vero peccato.
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"Tolto il paradossale spirito iniziale, 'Il curioso caso di Benjamin Butten', candidato a 13 premi Oscar e un film all'antica. Volendo coinvolgere lo spettatore nell'analisi del protagonista, la cinepresa segue ritmi pacati. Questo non e un film da tagli rapidi e movimenti frenetici. Lo ha compreso Fincher e Pitt e gli altri attori lo hanno assecondato. Il racconto attraversa molti momenti storici, tutti risolti con sensibilita da un artista che si concede, qua e la, pause distensive: il sommergibile affondato dal rimorchiatore nella II Guerra Mondiale e l'uomo dell'ospizio colpito cento volte dal fulmine senza danni." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 13 febbraio 2009) "Amore, morte, la fatalita del tempo che passa senza poterlo fermare. Il racconto di Fitzgerald più che curioso come l'autore lo aveva definito, semmai strambo, come giudicato dalla critica, interessò per anni il cinema, sia pure senza successo date le difficolta soprattutto tecniche che faceva sorgere, oggi invece in anni in cui su uno schermo si può fare ormai quel che si vuole, ecco David Fincher tentare la prova affidando a Brad Pitt la parte del protagonista, avendolo gia avuto al fianco in 'Sever' e in 'Fight Club'. Due thriller che non gli facevano comunque dubitare della sua capacita di affrontare una storia in cui lo strambo, appunto, si accompagnava al fantastico. Eccolo così ricorrere per il testo a Eric Roth, lo sceneggiatore di 'Forrest Gump', ed eccolo raccontare la vita a ritroso di Benjamin puntando molto sul suo candore e sulle sue ingenuita proprio alla Forrest Gump, fino a quell'amore che diventera il punto fermo della sua vicenda. Con molto realismo nel resto, con una certa attenzione per le cornici e gli eventi in mezzo, lasciando che il segno stilistico più forte sia dato dalle immagini - la fotografia e di Claudio Miranda - quasi decolorate come a voler citare i viraggi del cinema di ieri. Al centro, Brad Pitt e convincente anche quando il trucco e il corpo immiserito di un altro rischiano di cancellarne i carismi almeno fino a quando non ci apparira come e oggi. Lo affianca Cate Blanchett con cui torna a far coppia dopo 'Babel', il momento più doloroso e drammatico del loro amore e quando l'eta che con il tempo non si ferma, li dividera di nuovo. Non era del tutto la cifra di Fitzgerald, ma e la più forte (e commovente) del film di oggi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 febbraio 2009) "Soprattutto nuovo e lo spostamento dai colori picareschi e grotteschi di un racconto che voleva divertire e semmai ammiccare in modo piccante all'eterna ambizione maschile, di non smettere mai di amare donne sempre più giovani, al dramma romantico e melò di uno scherzo della natura e del destino, del corto circuito che rende impossibile un grande amore." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 13 febbraio 2009) "Cosicche l'opera - un melodramma in stile fantasy, forse troppo lungo con i suoi 163 minuti - emoziona solo a tratti, soprattutto nella parte finale, quando si evidenzia drammaticamente il percorso di ringiovanimento del protagonista. Tuttavia il film, insistendo sulla frase che ripete spesso la madre adottiva di Benjamin "non sai mai cosa c'e in serbo per te", non manca di suscitare riflessioni sulla vita e sulla morte. (...) Così, mentre il messaggio sembra essere, malgrado tutto, che non importa se si e costretti a vivere la vita a ritroso, l'importante e come la si vive e che comunque ognuno e responsabile del proprio destino, in realta e sempre più evidente che e il tempo a governare il destino di ciascuno. Non solo. In una societa in cui si e alla ricerca dell'eterna giovinezza, dell'elisir di lunga vita, questa storia paradossale e malinconica ci dice anche altro. In primo luogo, insinua che ringiovanire potrebbe essere tutt'altro che un'esperienza piacevole, soprattutto se allontana inesorabilmente dalle persone amate; potrebbe anzi diventare una terribile condanna, stemperata solo - come avviene nel film e nel racconto - dal progressivo venir meno della memoria e dei ricordi. In secondo luogo, sottolinea che la vita va accettata così com'e, con i suoi ritmi, le sue stagioni, con le sue gioie e i suoi limiti, e che e vano illudersi di poter rovesciare il corso delle cose, sovvertendo e violentando la natura." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13 febbraio 2009) "Da una battuta di Mark Twain ('La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18') a un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, a un kolossal di David Fincher... l'idea di un uomo che cresce ringiovanendosi ha perso di mistero." (Dario Zonta, 'L'Unita', 13 febbraio 2009) "Tutto qui, verrebbe da dire. Con un gran numero di eventi e di personaggi a movimentare questa cavalcata attraverso il Novecento, da cui però non si cava un minimo di emozione. C'e una pesante cornice narrativa con Cate Blanchett pure lei sfigurata dal make up, che dal letto di morte racconta tutto a sua figlia Julia Ormond. C'e la nascita prodigiosa di Benjamin, che il padre industriale lascia sulle scale di un istituto gestito da una donna di colore, a New Orleans. Poi l'infanzia in sedia a rotelle: l'iniziazione sessuale di quel vecchietto gagliardo (Ma chi sei - dice stremata la ragazza del bordello - Dick Tracy?) i primi amori, la passione contrastata, per quella bambina conosciuta troppo presto, o troppo tardi, e inseguita per tutta la vita, che da grande fara la ballerina (Blanchett, appunto). Inframezzata da viaggi; amori, liti, battaglie, che instillano nello spettatore un dubbio capitale. Forse l'errore e nel manico. Un film così andava fatto in 3D, appunto. Oppure in bianco e nero e con immagini poco definite che lasciano più spazio all'immaginazione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2009) "David Fincher si e sempre buttato senza rete nell'inconscio, nella follia (da 'Seven' a 'Zodiac') e qui prende l'occasione giusta per fare un salto in alto nel tempo e nello spazio, con avvio clamoroso anche se i trucchi di Rick Baker sono prodigiosi, ma non si ha mai l'idea di un bimbo. Poi il film si allunga e si gode come chewing gum, talvolta torna il sapore forte dell'idea originale, la lotta proustiana contro il Tempo che Resnais girò in 'Providence', altrove il filo si allenta, prendendo scorciatoie sentimentali. E affiorano temi fitzgeraldiani, notti tenere di jazz e caviale (e magica la parte con Tilda Swinton), ma il continuo trasloco d'epoche e look appesantisce un film di 166 minuti che non trova sempre l'equivalente visivo al vorrei dell'autore. Comunque piacera tantissimo. Anche perche, volere o no, il contrasto con il tempo ci appartiene e piacerebbe provare questo sgambetto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 febbraio 2009) "Gran brutta moda quella dei film chilometrici. Nel 1920 il saggio Francis Scott Fitzgerald aveva scritto un racconto di cinquantanove pagine: 'Il curioso caso di Benjamin Button', che, tanto per capirci al volo, compie il percorso esattamente inverso del più celebre 'Il ritratto di Dorian Gray'. Il dispersivo regista David Fincher (l'autore di 'Seven'), con la complicita degli sceneggiatori Eric Roth e Robin Swicord, lo ha allungato a dismisura trascinandolo oltre le due ore e mezzo. Quindi tra qualche risata, molti oh di meraviglia, per la sublime fotografia, i magnifici costumi e soprattutto gli stupefacenti trucchi, c'e tempo, eccome, per diversi sbadigli. Resta comunque un eccellente film, anche se tredici nomination all'oscar sono decisamente troppe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2009)
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