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Keaton, Midler e Hawn recitano, miagolano, strillacchiano, ridono, cantano e ballano con travolgente vivacità e sicurezza: il finale, con le tre signore in bianco che improvvisano un balletto consolatorio, è da antologia. Al riparo nelle poltrone del cinema, lo spettatore si diverte e ride: perchè, in fondo, la realtà che incombe non si può cambiare, si affronta e si accetta, come fanno le tre mogli in disarmo. E musica e sorrisi, bei vestiti e gag sapienti, aiutano a sdrammatizzare, proponendo un finale irrisolto ma consolatorio. (Avvenire, Mirella Poggialini, 25/1/97) Titoli di gusto pop, fra Lìchtenstein e Almodovar; un terzetto di star impegnate a rifare se stesse sfidando il tempo che passa (soprattutto Goldie Hawn, diva al tramonto, la migliore in campo); un copione non sempre imprevedibile ma zeppo di battute (dietro c'è il best-seller di Olivia Goldsmith tradotto in italiano da Sperling & Kupfer, ma la mano decisiva è quella di Robert Harling, già sceneggiatore di quell'esilarante parodia delle sit-com che era Bolle di sapone); e per finire un'ambientazione che ridisegna la New York dei quartieri alti con il tono, il ritmo, i colori squillanti (da Oscar le scene di Peter Larkin) dei primi Jerry Lewis, quelli diretti dall'ex-cartoonist Frank Tashlin. Magari la regia di Hugh Wilson, che viene da Scuola di polizia, non brilla sempre per leggerezza, si vede anche da come butta via la sublime Maggie Smith nella particina di una regina della moda. E in un mondo così artificioso stridono le inutili comparsate di personaggi veri come l'ex sindaco newyorkese Ed Koch e di Ivana Trump. Ma per il resto, diciamolo, alzi la mano chi non ride. (Il Messaggero, Fabio Ferzetti, 19/1/97)
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