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"Se la confezione risulta amabile, non altrettanto rassicurante è il clima ambiguo, tendente al nero, che Grimaldi infonde via via al racconto: alternando episodi di frizzante comicità (le malizie della vigilessa o il confronto sul "groppone", le scorte invendute di dischi) a cupi squarci sull'esistenza metropolitana (il matricidio a freddo, il cadavere che impuzzolentisce il pianerottolo). Ne viene fuori il ritratto di un'Italia incarognita, distratta, solitaria, bugiarda, molto poco televisiva, sociologicamente attendibile. Che il film "fotografa" con aria impassibile, dolcemente amorale, lasciando che lo spettatore si impossessi del personaggio che gli è più vicino." (L'Unità, Michele Anselmi, 3/2/96).
" Se il tono è vivace, spesso divertente (da applausi il "cammeo" di Dario Argento), l'insieme è tutt'altro che allegro e ne esce il ritratto di un'Italia cialtrona, provinciale, amorale, compiaciuta oltre che cinica, dunque inguaribile. Niente paura però. Il bello del film, girato eroicamente sull'arco di un anno, inseguendo i momenti liberi degli attori (mai pagati, solo un rimborso spese), sta anche nella leggerezza del tratto. Leggerezza che sfiora l'evanescenza dove Grimaldi e i suoi sceneggiatori Cesarano e Marchesini alzano troppo il tiro (vedi la Piccinini, psichiatra esemplare, o la terribile lite Bellucci/Baricco). Ma che spesso coglie nel segno: perché fra le schegge di questa "sit-com" esplosa e amorale circolano molti degli umori di questi anni. Ed è un bel segno di coraggio l'aver convocato una sorta di "Stati Generali" del cinema italiano, non tanto per fare la rivoluzione (non è aria) quanto per azzardare un gigantesco check-up di massa, tastare il polso al nostro cinema, cercare di capire cosa si può fare, dove andare, cosa raccontare. Qualcuno magari storcerà il naso o tirerà fuori il vecchio babau del bozzettismo. Non dategli retta. I bozzetti, se fatti bene, col tempo migliorano. Rivedere per credere Domenica d'agosto, e tanto cinema "minore" anni 50." (Il Messaggero, Fabio Ferzetti, 6/2/96).
" Il cielo è sempre più blu ruba pezzetti di (finta) realtà, pedina un'umanità che conosciamo bene, dribbla tra i momenti di una giornata in cui si sfiorano, senza un inizio e senza una fine, il tragico e il grottesco, lo scemenzaio e la noia, la macchietta e la routine, per arrivare a concludere su una tonalità malinconica e amarognola: di felicità in giro non se ne vede davvero molta. Certo, nella frammentazione di questo puzzle - nessuna situazione dura più di tre o quattro minuti - il rischio inevitabile è che il film non trovi un centro emotivo, e che lo spettatore, calato dalla struttura del film in un ruolo poco "romanzesco" di osservatore distaccato, non si lasci tuttavia sedurre dal gusto dell'osservazione minimalista, dai brevi incontri, dagli abbozzi dei personaggi. Ma l'avventura di 'Il cielo è sempre più blu' segna comunque un successo: c'è una bella atmosfera, in questo caleidoscopio romano, anche se - paragonato al lontano esempio di 'Sinfonia di una grande città' - la dice lunga su come tutto si vada rimpicciolendo." (La Repubblica, Irene Bignardi, 8/2/96).
"Bella idea, che pare ispirata alla poetica di Cesare Zavattini più che allo scrittore americano minimalista Raymond Carver ai cui racconti si rifa America oggi di Robert Altman: pedinare la realtà durante ventiquattr'ore a Roma, attraverso piccoli episodi; apparizioni-lampo, brevi sketches, aneddoti quotidiani, crimini e misfatti, scemenze e allegrie capaci di restituire quel mix di normalità e orrore che è la vita d'una metropoli contemporanea. Bellissima idea: a interpretare la folla di personaggi, chiamare (magari per un minuto) tanti protagonisti del cinema italiano, non soltanto attori ma anche registi (Argento, Luchetti, Natoli, Salvatores), oppure Alessandro Baricco. Bel titolo: magari scelto ironicamente, è quello della vecchia canzone di Rino Gaetano che accompagna la sequenza iniziale. Bel film? No, fragile, bozzettistico, verboso, a volte melenso; il regista Antonello Grimaldi, sardo, quarantun anni, già autore di 'Niente ci può fermare', non ha stile, però la frammentazione e rapidità delle vicende, la quantità e varietà degli interpreti, producono un dinamismo e una sorpresa divertenti." (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 4/2/96)
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