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"Si ride? Insomma. C'è qualche battuta (Madonna parabolica; Che vuol dire catalana? Sarà un modo di dire, una cosa che non esiste come l'Atalanta e la Sampdoria); il toscano è piacevole e disinvolto; dal casale vicino risuona la voce di Mario Monicelli, invisibile; Enrichi, Ceccherini, D'Aquino funzionano (ma per adeguarsi al tono ilare-esagitato l'ottimo Hendel è costretto a fare un macchiettone tremendo, mentre Haber è tenuto a briglia stretta). Meno appetibili il mix di dialoghi sboccati e buoni sentimenti, il paesino arcadico, la piattezza della regia (con una finezza: l'arrivo delle ballerine, anticipate dagli sguardi che si bloccano fissando un punto fuori campo), il familismo di fondo che esalta la languida Forteza e confina la Estrada, troppo sexy dunque destabilizzante, al ruolo di lesbica. Magari Pieraccioni poteva osare di più." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 dicembre 1996) "Una gradevole, corale, opera seconda in cui l'autore trentenne non utilizza medazioni nè intellettualismi, va diritto, complice il sapore dialettale, allo scopo dello "scandalo" sentimentale con tutti i rischi dell'ovvio e del goliardico, pregi e limiti della semplicità con cui si presenta al pubblico. Allestendo, con una variopinta compagnia, la "fiaba" dell'arrivo di cinque ballerine di flamenco, olè, che scombinano i precari equilibri della famiglia e del paese. "(Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 24 dicembre 1996)
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