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Il viaggio dell'eroe
Esiste qualche peccato così tremendo da non poter essere espiato con un viaggio nel cuore di tenebra di qualche dove? Si diventa ancora eroi rispondendo alla chiamata all'avventura teorizzata da J. Campbell, e intraprendendo un viaggio che ci porterà ad affrontare terribili mostri (vere metafore delle nostre paure, ipocrisie e piccole viltà) alla ricerca di una principessa da salvare (o comunque di qualcuno di piccolo e indifeso che ne faccia le veci)? Infine: esiste un metodo per tornare buoni?
A queste e altre domande tenta di dare una plausibile risposta Il Cacciatore di Aquiloni, film tratto dal super best-seller omonimo di Khaled Hosseini.
Volevo volare
Non si sfugge mai al proprio passato, almeno nei film: ecco cosa impara Amir - scrittore di successo, afghano ma naturalizzato americano - quando nella sua casetta con vista sulla baia di San Francisco riceve una telefonata che lo richiama alle sue responsabilità. Deve allora ricordarsi chi era e da dove è venuto e tornare sul luogo del delitto (Kabul), da dove è fuggito da bambino assieme al padre in seguito all'invasione sovietica, portando con sè un tragico segreto...
Tra i flashback di un Amir-bambino, incentrati sulla sua profonda amicizia con il piccolo Hassan vissuta in una Kabul animata e spensierata, tra gare di aquiloni e film western da imparare a memoria, e il tempo presente dell' Amir-giovane uomo che torna nell'Afghanistan violentato e reso terra desolata e impaurita dai talebani, si compie la parabola riparatrice di trasformazione, così come paradigma base di sceneggiatura docet.
Welcome to Kabullywood
Il paragone tra un libro di tale successo e un film è quasi sempre impietoso: spesso è addirittura già scritto nella testa di spettatori e critici ancora prima di entrare al cinema. Lo sa bene il regista Marc Forster che ha furbescamente deciso - per non essere schiacciato dal confronto - di limitarsi a mettere in scena, stilizzandole, le situazioni del romanzo senza cercare un'impronta personale.
Forster cerca disperatamente di restituire le atmosfere rarefatte e polverose del libro con pochissimi movimenti di macchina, una fotografia dai toni freddissimi e una recitazione mai sopra le righe. Il tentativo è quello di farlo passare per un racconto verista, quasi un documentario girato sul posto da un talentuoso videomaker locale che non abbia altra mira che raccontare una semplice storia di amicizia e redenzione sullo sfondo delle vicende storiche del suo paese in guerra.
Tuttavia molti indizi fanno spuntare palesemente il cartellino "Made in Hollywood": è questione di tempi, dialoghi, montaggio, scelta di inquadrature. Si capisce subito dai titoli iniziali realizzati in Flash e troppo banalmente arabi e arabescati; si vede dalle battaglie con gli aquiloni riprese come i dodge fight dei Top Gun di Tony Scott; emerge con i didascalici Talebani for dummies che lapidano una fedifraga allo stadio esattamente come si aspetterebbe l'agricoltore John Smith - americano medio del Kentucky; si riconosce al volo chi è il cattivo appena entra in scena, perchè si muove ed è inquadrato come il Dottor NO della Spectre o i nazisti di Indiana Jones.
Tutto questo non sorprende chi è così acuto da osservare i crediti iniziali: la sceneggiatura è di David Benioff (La 25esima ora, Troy, il prossimo Wolverine) mentre Marc Forster, prima di cercare di passare per il Vittorio De Sica di parte afghana, aveva diretto Neverland (con Johnny Depp e Kate Winslet) e adesso è stato scelto per il nuovo film di James Bond.
Dopotutto il prodotto non poteva che essere questo: il cinema americano, si sa, vive di stereotipi e sineddoche e come sempre, nella traduzione dal libro, si sono persi per strada un certo vissuto, un sentire sulla propria pelle e certe atmosfere presenti tra le belle pagine di Hosseini che nella sintesi di celluloide erano troppo difficile da restituire.
Come si diventa buoni
Il risultato è comunque un film che, grazie a una buona recitazione e alla perfetta sceneggiatura in tre atti che ricalca il buon (e ruffiano) romanzo, si lascia vedere senza annoiare troppo le persone che hanno letto il libro e che potrebbe pure commuovere - anche se con un po' di faciloneria - quelle due o tre persone che ancora non lo hanno fatto. Non è un film denuncia, non è un film documentario e non è un film verità; è solo un film scorrevole con i bambini carini, le personcine buone, le persone brutte e cattive e qualche bella inquadratura-cartolina in campo lungo.
Un film da vedere senza troppi pensieri, nè aspettandosi nuovi spunti di riflessione su situazioni ed eventi ormai noti a chiunque.
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