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Da vittima a vendicatrice
Erika Bain è una giornalista radiofonica che vive a New York. Fidanzata con David, la donna è in procinto di sposarsi: ma una sera, durante una passeggiata a Central Park, si compie la tragedia. Aggrediti barbaramente, Erika e David vengono trasportati in ospedale in fin di vita. Solamente Erika sopravvive; intrappolata nella paura e nel dolore, la donna acquista un'arma e, coinvolta in un nuovo episodio di violenza, costretta a difendersi, Erika spara e uccide. E' l'inizio della metamorfosi della donna, ma l'incontro con il detective Mercer, che rappresenta la legge, susciterà in lei dubbi e domande su sé stessa.
Io ho paura
Nonostante l'indiscutibile bravura di Jodie Foster, l'ultima fatica cinematografica di Neil Jordan – noto al grande pubblico per il film premio Oscar La moglie del soldato (1992) – non riesce ad andare completamente a segno. Sebbene il regista sia rimasto affascinato dalla sceneggiatura, perché, come dice, 'mi piacciono i personaggi che si confrontano con situazioni che oscillano fra la luce e l'ombra, che devono superare i limiti della moralità”, la metamorfosi della protagonista è troppo forzata per risultare coinvolgente: la trasformazione da vittima a 'giustiziere della notte” converte la pellicola in una sorta di film d'azione in cui si perde la dimensione intima della protagonista; la paura, nodo emotivo e tematico ('non deve essere giustificata, è qualcosa che si è radicata sempre più nella nostra cultura”) si sgretola, soprattutto nella seconda parte, in un racconto rigido e poco omogeneo. Peccato, perché la discesa agli inferi di Erika – che, dopo la morte del fidanzato, si smarrisce nella propria sofferenza, nell'angoscia e nella confusione – non manca d'interesse, e la perdita dei confini morali da parte della protagonista, le cui possibilità di rinascita passano attraverso la vendetta, mette in gioco interrogativi e suscita dubbi anche in chi rappresenta la legalità. Il detective Mercer è il doppio di Erika, la sua controparte, colui che segue le vie della legge per far fronte alla violenza; eppure, anche in questo caso, la sceneggiatura si indurisce in un gioco speculare che poco offre allo spettatore.
La volontà di Jordan è riassumibile dalle sue stesse parole: 'Dall'11 settembre, la città (N.Y., n.d.r.) ha vissuto una straordinaria rinascita, è incredibilmente sicura, ma c'è la sensazione che per quanto la vita in strada appaia idilliaca tutto potrebbe essere distrutto in qualsiasi momento. Ed è proprio di questo che parliamo nel film”; ma simili intenti si scontrano con un intreccio poco morbido e con personaggi che, talvolta, vengono banalizzati da trovate e incastri poco plausibili. Il finale, però, inquieta, perché la scelta di chi sia il portavoce della legge crea un senso di disagio e suscita paura. Che sia questo lo scopo del film? Fare i conti con sé stessi e con la propria insicurezza? Andare al di là della storia?
Notevole la fotografia di Philippe Rousselot, in grado di mostrare N.Y. com'è vista dalla sguardo folle e impaurito di Erika, e pregevoli le riprese con la wobbly-cam, che modifica continuamente la linea dell'orizzonte e dà 'l'impressione della estrema instabilità di Erica”. Belle le luci e le immagini notturne della città 'più sicura” del mondo.
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"Il finale non è certo ottimista ma non lo riveliamo perché il film è un poliziesco che accumula dati ed emozioni, banalità e sorprese. L'interessante della sceneggiatura è proprio in quella molla misteriosa che si rompe nella coscienza della protagonista e la spinge a cercare vendetta, pur sapendo di non far giustizia, lasciando dietro una scia di tristezza. Basta tenere a bada i nostri peggiori istinti." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 28 settembre 2007) "Neil Jordan, che è il bravo regista irlandese di 'Michael Collins', non si lascia prendere dalla tentazione di fare spettacolo con l'azione e lavora sulla tensione psicologica e sulle atmosfere ben coadiuvato da un'interprete come Jodie Foster, presenza come sempre forte e vibratile. Il problema è che la sceneggiatura si incarta su se stessa nel tentativo da una parte di giustificare umanamente e dall'altra di moralmente condannare." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 28 settembre 2007) "Il film diretto senza convinzione da Neil Jordan che, invece di concentrarsi sul delitto nell'era della sua riproducibilità tecnica si ingolfa in una storia di giustizia sommaria e di manipolazione reciproca improbabile quanto scucita. Solo la bravura della Foster e di Terrence Howard (il poliziotto che ha capito tutto, ma lascia fare) salvano il film dal disastro. In parte." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 settembre 2007)
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