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I Viceré Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-11-09 08:53:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Nella mole esorbitante delle patrie trasposizioni ancora nessuno aveva pensato a I Vicerè di Federico De Roberto: è un punto pesante da segnare sul tabellino di Roberto Faenza. A lui va il nostro sincero grazie, per aver adattato il capolavoro dello scrittore partenopeo a oltre un secolo dalla sua edizione, datata 1894. Faenza ce l'ha fatta, laddove in molti avevano fallito, tra cui Roberto Rossellini, come recentemente rivelato dal figlio Renzo. Innumerevoli le difficoltà che avevano fino a oggi sconfessato i tentativi di riduzione: accanto alla svalutazione coeva dell'opera di De Roberto, che in Benedetto Croce trovò un feroce stroncatore, pesano fattori intrinseci, di forma (densità narrativa, struttura corale a incastro, peculiarità stilistiche difficilmente traducibili su schermo) e contenuto: anticonformismo, triplice attacco istituzionale: Stato, Chiesa e Famiglia, e, paradossalmente, l'irrefutabile modernità delle pagine derobertiane. Faenza esegue uno slalom quasi impeccabile tra queste insidie, maneggiando contemporaneamente mannaia, per rendere commestibile sullo schermo la tranche de vie del romanzo, e fioretto, annacquando in parodia, grottesco e divertissement il potente j'accuse socio-politico di De Roberto. Inevitabile escamotage per tradurre in audio-visivo la prosa sulfurea dello scrittore catanese d’adozione? Non crediamo, il regista dichiara l'assoluta estraneità tra la versione cinematografica e quella estesa per la televisione dei suoi Vicerè, ma il confine è in realtà molto labile. Punti d’appoggio del cine-ritratto della famiglia Uzeda in interno siculo ottocentesco sono costantemente drammaturgia ed estetica televisive, ovvero personaggi in bassorilievo psicologico, carta bianca alle scene madri, recitazione impersonale e molteplici deroghe stilistiche: montaggio paratattico, abbondanza di primi piani, macchina da presa scolastica. Per la recensione completa leggi il numero di novembre della Rivista del Cinematografo

Copyright © Cinematografo 2007.

Scheda Film
I Vicerè
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-11-09 12:00:23
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

La genesi

I Vicerè è tratto dall'omonimo romanzo di Federico De Roberto, autoproclamatosi uno scrittore fallito poiché boicottato e rimasto nell'ombra per oltre cento anni. Ma grazie al regista Roberto Faenza, l'autore si prende finalmente la sua meritata rivincita, tornando alla ribalta per merito di una importante collaborazione con RAI Cinema.

La famiglia, lo Stato e la Chiesa sono i motori attorno cui ruota la storia, tutti uniti in un solo credo: la sopraffazione; è la sopraffazione dei forti sui deboli e dei ricchi sui poveri a guidare i personaggi, i quali - in nome di un distorto senso del dominio - calpestano e travolgono tutto ciò che incontrano sul loro cammino. A cavallo tra Risorgimento e unificazione, attraverso gli occhi di un ragazzino, Consalvo (ultimo erede degli Uzeda di Francalanca), si svelano i misteri, gli intrighi e le complesse personalità degli appartenenti alla famiglia. I personaggi sono tutti dominati da un'insana follia, grottescamente avviluppata nella psicosi che li contraddistingue, deviata, fuori dagli schemi.

L'importanza della storia

La crescita di Consalvo richiama molto la figura amletica e vendicativa di Edmond Dantès, per quanto, in tale contesto, il male cresca nello stesso ambiente familiare. Inoltre, la vendetta non è fisica, ma prettamente psicologica: Consalvo, col suo atteggiamento sbarazzino, instilla nei maligni timore e soggezione, sensazioni velate da una paura ancestrale e, per certi aspetti, addirittura mistica. Sebbene lo stesso Roberto Faenza abbia sottolineato quanto il film sia stato pensato per il grande schermo, alcune scelte narrative e registiche richiamano la semplicità della fiction all'italiana; è molto dettagliato nel mantenere una coerenza storica, e lo è altrettanto nella scelta dei costumi e degli ambienti, tuttavia lo sforzo degli attori - fra cui emergono Lando Buzzanca e Alessandro Preziosi - non compensa la preparazione necessaria per affrontare un simile, nonché arduo, progetto. Lo stesso vale per il montaggio, che sempre più spesso manca di morbidezza e continuità: ma l'importanza de I Viceré non è da ricercare nella tecnica, bensì nella perfezione stilistica dimostrata dal regista per mettere a nudo un così importante baluardo letterario del secolo scorso.

Un film rispettoso dell'opera originaria, e un excursus sociale che deve essere assimilato e compreso, poiché le intuizioni di De Roberto sono, ancora oggi, incredibilmente attuali.

INCONTRO CON IL REGISTA ROBERTO FAENZA E CON GLI INTERPRETI

Partendo dal finale, il discorso elettorale è presente nel libro?

Faenza: Si, è nel libro. Tutte le parti politiche sono un elaborazione dell'autore e non una nostra prerogativa. A testimonianza di come Federico De Roberto dimostri una straordinaria preveggenza...

Rispetto al romanzo, cosa avete cambiato?

Faenza: Sarò banale ma un film non è mai un libro. Ho dato molta importanza alla famiglia, allo scontro tra Consalvo e la sopraffazione del padre. Il principe Giacomo invece di aiutare e rendere felici i propri figli, li disprezza, li soggioga. Anche volendo citare Freud, credo che la famiglia sia l'alcova di tutti i mali, nonché tassello fondamentale con cui poter ricostruire la potenza del romanzo originale sul grande schermo.

Il fatto di essere nato per la televisione, penalizza in qualche modo il film?

Faenza: Ti ringrazio per la domanda poiché mi aiuta a chiarire un concetto. I Viceré non è nato per la televisione, in quanto progetto costoso, ho chiesto l'aiuto di RAI cinema e RAI fiction per poterlo mettere in piedi. Ho lavorato parallelamente ad una fiction di due puntate, ma non ha nulla a che vedere con il film. Sono due linguaggi difficili e inconsueti - girati in maniera differenze, con macchine da presa diverse - sebbene legati da una storia comune.

Per il discorso finale a che cosa si è ispirato?

Alessandro Preziosi: A dir la verità, rivedendolo mi ha convinto molto. Come interprete non mi sono ispirato a nulla, forse l'elemento di approfondimento del comizio è ricucito sulla mia personale recitazione e sull'idea del regista. Mi sono impegnato alla ricerca di qualcosa di buono, perché il cinema è uno strumento positivo che serve ad illuminare, in questo caso, un romanzo troppo a lungo celato dalla censura. Penso che, se si fosse data maggiore attenzione al romanzo negli anni passati, forse oggi vivremmo una vita lontana dal qualunquismo o dal "ma anche"...

Come si è trovato ad interpretare il suo personaggio?

Lando Buzzanca: Giacomo è decisamente un personaggio shakespeariano, molto complesso. Quando ho letto la sceneggiatura non volevo farlo poiché non ho davvero nulla in comune: non sono avido, un despota o superstizioso, anzi. Tuttavia proprio questi elementi nuovi mi hanno spinto ad accettare la parte, e poi Faenza è una garanzia. Nonostante non parli con gli attori, è un grandissimo esteta, ciò gli permette di strutturare il film senza contaminazioni esterne.

Cristiana Capotondi: Ero piuttosto preoccupata, si trattava di un grosso progetto e dovevo rapportarmi ad una realtà, un dialetto che non conoscevo. Teresa è un personaggio in bilico tra il bene e il male. Decide di affrontare la vita seguendo il volere del padre, annullando così la sua personalità. Affronta diversi conflitti filosofici dibattuti e decisamente interessanti ma nei quali non mi addentro, mi limito a considerarli un bel punto di partenza.

Guido Caprino: Giovannino lo considero un prigioniero. Sin dall'inizio gli si impongono delle situazioni alle quali non puo' sottrarsi, per cui decide di mettere un freno seguendo il suo istinto: la rabbia. Questa sua debolezza secondo me conserva dell'eroismo, almeno io la vedo così.

La follia è uno sguardo del regista o dell'autore del romanzo?

Lando Buzzanca: I Vicerè è un romanzo visto dall'esterno, per certi versi grottesco che ti fa fare una risata intelligente. Un realtà soggiogata dalla ferocia, dal malessere e in cui la follia è una cifra dominante. Tutto questo nasce dalla visione di De Roberto, noi abbiamo fatto il possibile per renderlo tridimensionale.

Quando ha pensato al film, Il Gattopardo di Visconti lo ha in qualche modo ispirato?

Faenza: A mio avviso fare un confronto simile è sbagliato. Il Gattopardo (romanzo) è un saccheggio di De Roberto. Non è mai stato riconosciuto il suo debito nella letteratura e la causa parte da quando i Crociati stessi lo hanno bollato. È ovvio che non posso confrontarmi con Visconti, come potrei? Ma mi è stato detto che la scena di ballo del mio film è azzardata. Come se non si potesse più ricreare una scena di ballo ambientata nell'Ottocento dopo Il gattopardo. In fondo io quella scena l'ho girata in un solo giorno, Visconti in trentadue. Inoltre mi rendo conto che a differenza della cultura cattolica, quella laica non è mai stata in grado di difendersi.

E' un film pessimista?

Faenza: E' un film illuminante, positivo. Secondo la mia ottica è positiva una radiografia che attesti il proprio male piuttosto un medico che non riesce a diagnosticarlo. In questo contesto penso di aver dato al mio paese qualcosa per cui valga la pena riflettere.

Qual è la funzione dell'intellettuale oggi? Ci sono inoltre dei riferimenti di natura pittorica?

Faenza: Alla prima non so rispondere. Alla seconda ovviamente posso confermare che ci siano riferimenti di natura pittorica, al barocco soprattutto. Reso tale anche ad un processo di post produzione particolare, in cui risaltiamo il bianco e il nero.

Buzzanca: All'epoca il potere era degli aristocratici, oggi il potere è nella parola.

Che tipo di lavoro state facendo con le scuole?

Faenza: Stiamo cercando di entrare in questo mondo a dir la verità non molto ricettivo. Portare il film nelle scuole è importante primo per far conoscere l'autore alla massa, e secondo per metterli a confronto con un cinema che, a primo impatto, sicuramente non sceglierebbero.

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