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I Figli Degli Uomini Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-09-03 14:24:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Ora racconto una barzelletta che va di moda nel Regno Unito del 2027: "Ad una cena di medici e scienziati di altissimo livello, ci si interroga sul perché, da ben diciotto anni, non nascano più bambini, sul perché le donne di tutto il pianeta abbiano perso la fertilità. Mentre ci si arrovella sul problema, come si immagina alquanto delicato ed impellente, essendoci di mezzo la nostra estinzione, e si cerca la soluzione, uno scienziato sta sollazzandosi con una succulenta ala di un'indefinita specie avicola. Il vicino gli chiede che cosa sia mai di così prelibato. Lui risponde: una cicogna, l'ultima". Avranno poi riso quegli scienziati che tentavano di salvare "i bambini degli uomini", di salvare l'umanità dalla sua fine? Tra disordini sociali, sporcizia, razzismo, attentati terroristici, bombe nucleari gettate qua e là e devastazioni che non hanno risparmiato neppure la Pietà di Michelangelo (quindi se è così per Roma e il Vaticano, figuriamoci in quale stato possano versare altri paesi del mondo, a tal punto invecchiato e sconquassato), dove sta andando la creazione, dove sta andando l'umanità? Un interrogativo che di questi tempi, fortunatamente, comincia ad assillare anche altri inaspettati letterati e neo-registi, come Al Gore. Sempre nel Regno Unito si è corso ai ripari - immagina P.D. James nell'omonimo, corposo romanzo da cui il film, teso e profetico, è abilmente tratto - : un regime nazista e imperialista, a scapito della cancellazione del concetto di dignità umana, che ormai avrebbe valore ancora per poco, assicura ai cittadini residenti treni circolanti ed energia elettrica. Per tutti gli altri, è l'inferno Si chiudono, allora, le frontiere, si espellono, o meglio eliminano, i profughi, dopo averli deportati in città divenute campi di concentramento, si tenta di procrastinare il giorno del giudizio, ormai alle porte. Insomma, il governo adotta una legislatura immorale, gli uomini si comportano, anche nel privato, in modo immorale, come se, spariti i bambini, le loro grida, le loro risate, fosse sparita anche la speranza e la ragione di regole. Quietus è il kit per il suicidio assistito indolore che furoreggia nelle farmacie. Terribile futuro: brutto, sporco e cattivo. Terribili città, come la Londra che Theo, al secolo professore di storia vittoriana, una tragedia alle spalle e molte incognite sul futuro, percorre in compagnia dell'alcol. Non sa che su quelle strade sarà intercettato non solo dai ricordi e dagli affetti, ma dal bene più grande che l'umanità possa, in quel frangente, sperare: una ragazza incinta. Ma una ragazza di colore, Kee. Inizia così, nella seconda parte del film, la fuga dei due verso una salvezza sconosciuta, un futuro ancor più incerto. Una fuga che ricorda quella del Messia verso l'Egitto, attraverso un mondo nel quale più nemmeno il vagito di un neonato, l'unico, l'ultimo, riesce più ad interrompere il fragore delle armi. Siamo dalle parti dell'incubo, delle distopie alla Swift e alla Orwell, siamo al vero tramonto: lo squarciano il coraggio e le belle interpretazioni di Clive Owen, Julianne Moore e Michael Caine; lo fotografa, in modo molto originale, Emmanuel Lubezki; lo realizzano il gruppo di validi collaboratori di Cuaron. Amaro, più che pauroso. Urge una profonda riflessione etica, scientifica e collettiva.

Copyright © Cinematografo 2006.

Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-11-17 10:39:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Al cuore Cuarón, al cuore! L’eclettico regista messicano non lavora mai con Hollywood per un pugno di dollari. I figli degli uomini, libero adattamento dall’unico romanzo di fantascienza dell’inglese P.D. James, è una coproduzione diretta da Alfonso Cuarón dove il budget è americano (72 milioni di dollari grazie alla Universal) ma lo spirito è europeo. Londra, 2027. Il cielo è grigio, la terra è scossa dagli attentati terroristici, gli immigrati vengono deportati, le donne non fanno più figli, le nazioni sono crollate, le opere d’arte vengono distrutte. Nessuno, tranne Philip K. Dick, fa fantascienza distopica come gli inglesi. Sviluppare le negatività del presente per profetizzare l’apocalisse è il loro forte. Da H.G. Wells a George Orwell, dall’americano adottato Terry Gilliam (Brazil) al purosangue Alan Moore (V per vendetta). P.D. James non fa eccezione. Figli degli uomini si apre con un’esplosione lancinante nel pieno centro di Londra. Come in Brazil. Come il 7 luglio 2005. Theodore Fador (Clive Owen) era un idealista. Nel 2027 è un nichilista. Si aggira nel suo inferno vivente londinese come un detective privato dei ’40. Serenamente disperato e impermeabile a tutto, come il suo trench multiuso. Quando la donna che amava lo contatta per portare in salvo una ragazza di colore, Theodore accetta riluttante entrando in una spirale di violenza e doppi giochi. L’ex amata Julian (Julianne Moore) è il leader del gruppo terroristico dei “Pesci”. Le pallottole volano più veloci delle parole, le città sono campi di battaglia come Baghdad e Beirut, la dolcezza e l’ironia non hanno più posto (Michael Caine in un ruolo commovente come simbolo dell’utopia del movimentismo anni ‘60). La colonna sonora (King Crimson, John Lennon, Deep Purple) è la nostalgia per il rock di ieri, mentre i piani sequenza della coppia Cuarón-Lubezki (direttore della fotografia) sono il meraviglioso virtuosismo del cinema di oggi. Durante il piano sequenza più lungo e complesso, l’obiettivo della cinepresa si sporca di sangue. E’ uno dei momenti di cinema più belli visti alla 63esima Mostra del cinema di Venezia. Un vero e proprio miracolo, come la speranza che si risveglia in Theodore. Come il finale, in cui si vuole credere testardamente a un futuro migliore. La testa ci dice che la distopia è l’unico futuro che ci sia. Ma I figli degli uomini spara più in basso. Al cuore Cuarón, al cuore!

Copyright © Cinematografo 2006.

Scheda Film
I Figli Degli Uomini
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-01-08 04:02:08
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Davvero non risparmia sulle scenografie, l'azione e il ritmo 'Children of Men' di Alfonso Cuaròn, ennesimo thrilling futuristico ambientato nell'Inghilterra del 2027. (...) Il regista messicano, già cooptato a Hollywood per dirigere 'Harry Potter e il prigioniero di Azkaban', affronta con entusiasmo degno di miglior causa l'omonimo romanzetto di P.D. James e ci dà dentro con le atmosfere apocalittiche di un Occidente punito a causa delle sue intolleranze e del suo imperialismo: tra rovine fumanti, campi di prigionia, schiere di poliziotti armati fino ai denti e micidiali attentati di una resistenza in stile Al Zarkawi, l'umanità rischia d'estinguersi perché le donne non possono più far figli. (...) Gremito di stereotipi buonisti e semplicistico come un volantino, 'Children of Men' neppure sfiora la vertigine visionaria di titoli similari come 'Blade Runner', 'L'uomo che fuggì dal futuro', '1984' o '28 giorni', ma in compenso utilizza tutti i dollari dell'importante budget, si giova di recitazioni professionali e inanella colpi di scena abilmente suddivisi tra confronto psicologico e botte da orbi a tutto schermo. In altri tempi si sarebbe detto un film non adatto al concorso e tutt'al più buono per le adunate notturne giovanottesche; ma siccome siamo sostenitori della contaminazione tra arte e intrattenimento a tutti i livelli, non ci resta che segnalare di buon animo i suoi meriti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 settembre 2006) "Anche chi diffida di premesse così, un po' logore, stenterà a non farsi coinvolgere dalle prime sequenze dei "Figli degli uomini". La cui suggestione consiste nel rappresentare un futuro apocalittico sì, ma tanto più allarmante perché non troppo dissimile dal nostro presente: una Londra tenuta in ostaggio dalle misure di sicurezza, la paura degli attentati, le notizie televisive angosciose; come, verosimilmente, potrebbero mostrarsi le metropoli tra vent'anni, a meno di una rapida inversione di tendenza. Conferma il nero pessimismo, del resto, il personaggio del vecchio hippy affidato a Michael Caine, reperto di un'epoca (gli anni '60) ormai percepita come la mitica età d'oro. La seconda parte, però, cambia registro e trasforma la storia in pura dinamica inseguitori-inseguiti. Anche se il regista non rinuncia allo stile realistico (riprende con la cinepresa a spalla, come in un reportage di guerra), il suo diventa solo un film d'azione, con tanto di epilogo consolatorio." (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 17 novembre 2006) "Distopia: un futuro in cui ciò che può andare male... va malissimo. Libri e cinema. Intrattenimento e avvertimento. Esempi: '1984' di George Orwell, 'Brazil' di Terry Gilliam, tutta la letteratura di Philip K. Dick e anche 'I figli degli uomini', unico romanzo di fantascienza della giallista P.D. James che nelle mani di Alfonso Cuarón diventa opera affascinante quanto problematica. (...) Piani sequenza magistrali ai livelli di Welles e De Palma, commovente Michael Caine come simbolo della speranza anni '60, gran rock nostalgia in colonna sonora (Deep Purple, King Crimson), sparatorie in città fatiscenti come Bagdad e Beirut. Nel finale non molto convincente l'utopia scaccia troppo facilmente la distopia. Cuarón ci crede ancora. Mentre faceva il film gli è nato il terzo figlio." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 17 novembre 2006) "'I figli degli uomini' immagina che, in tanta desolazione, cresca qualcuno nel ventre di una donna dalla pelle nera e senza marito. L'incantesimo è dunque rotto dopo diciotto anni d sterilità mondiale... Cuaròn imbottisce il film di metafore e allusioni poi le spiega, raddoppiando l'errore. E il prevedibile finale rovina quel po' di arcano che rimaneva." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 17 novembre 2006) "Un film inglese. Firmato però da un regista messicano, Alfonso Cuarón, molto noto in patria specie dopo che un suo film, 'Y tu mamá tambien', è stato premiato a una Mostra di Venezia, ma apprezzato anche a livello internazionale per avere diretto, di recente, un episodio della serie di Harry Potter 'Il prigioniero di Azkabam'. Il film di oggi, titolo italiano 'I figli degli uomini', è tratto da un romanzo di una delle più celebrate gialliste inglesi, Phillis Dorothy James, ma sa anche apparentarsi alla fantascienza. (...) Schemi e modi di una violenza inaudita, immagini sempre cariche d'angoscia, tra luci plumbee, scenografie spettrali (ricreate nelle più squallide periferie dell'Hampshire) e un sonoro traboccante di echi sinistri. Affidati a ritmi che, nonostante la macchina quasi sempre a mano, sia prodiga di sequenze intente a non interrompere l'azione, tra spari, inseguimenti, fughe affannate, rievocazioni quasi allucinate di un Potere contrastato da un terrorismo altrettanto negativo, riescono sempre a prendere alla gola. Facendo, ad ogni pagina, dilagare l'incubo. Gli interpreti, ovviamente, concorrono al raggiungimento solido di questi risultati. Il protagonista, volutamente non eroe, è Clive Owen, una maschera segnata, attraversata però da tremiti. L'ex compagna è Julianne Moore, dura ed indomita. Non dimentico però, in una pagina pittoresca, l'apparizione fugace ma intensissima di Michael Caine, un hippy con occhiali, barba canuta e capelli lunghi. La firma del cinema inglese migliore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 17 novembre 2006) "'I figli degli uomini' di Alfonso Cuaron è stato definito più che fantascienza, fantacoscienza di oggi. Il nostro Clive Owen infatti, più giovane e filosofo di quanto appaia nel mistery Mondadori dell'inglese P.D.James, è un non eroe che si aggira in pastrano nella Londra bombarola del 2027, cercando di salvare i valori dell'umanità distrutta e sterile. (...) Cuaron fa audace riferimento alla Madonna ma anche al ruttino dei neonati. Costellato di angoscia contemporanea (il terrorismo, l'immigrazione nei lager, la terza età che avanza, l'intolleranza regina, la distruzione) il film è una bella occasione mancata per troppo materiale, e per eccesso di grottesco esistenziale. Certo che i pericoli segnalati sono veri e Cuaron, uscito da un Harry Potter dark, mette tutto il suo stile noir messicano nel favoleggiare con combattimenti fragorosi e distruttivi una realtà contemporanea. Owen è ottimo attore, discreto anche quando la sceneggiatura lo mette a dura prova, si muove infelice nelle grigie scene belliche di massa a lui inconsuete ('Inside man', 'Closer'), mentre la moglie ripudiata Julianne Moore è una rivoluzionaria no stop e Michael Caine fa con consapevole ironia un cameo old hippy. Tutto ok, compresa la coscienza infelice, ma il film assorda più che allarmare, è ingenuo e un po' banale nelle intenzioni etico declamatorie, benché visionario nell'inferno della guerra. Insufficiente in psicologia, l'allarme di Cuaron è sincero e riassuntivo di troppe delusioni alla fine omologate dalla bolgia feroce dei corpi che si dilaniano in bello stile di regìa nel fango atmosferico e metaforico: ogni riferimento, dal Libano e dintorni all' Iraq, non è puramente casuale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 novembre 2006)

Copyright © Cinematografo 2008.



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