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"Un film aspro, ma non grezzo; partecipe, ma non pietistico; realistico, ma non sociologico. 'I cinghiali di Portici', scritto e diretto da Diego Olivares, magari non diventerà un cult-movie, ma certo non meritava la censura di mercato che lo fa uscire solo oggi e appena in due sale in tutta Italia a circa tre anni e mezzo dall'esordio al Torino Film Festival. Nel raccontare la parabola di un gruppo di ospiti coatti di una comunità di recupero per tossicodipendenti, spinti da un operatore carismatico a formare una valida squadra di rugby, l'autore riesce, infatti, a tenere in pugno ritmo e personaggi, a non trascurare un'idea di stile e a comunicare emozioni scevre di paternalismi assolutori. Lo sforzo più riuscito riguarda l'assemblaggio di un cast che amalgama attori, rugbisti e giovani reduci da dure esperienze di piccola delinquenza e grande emarginazione, riuniti a suo tempo nella comunità 'Il Pioppo' e portati a fondersi perfettamente nell'anima del film ben al di là della pantomima didascalica. (...) Olivares, sostenuto da fotografia e montaggio di sperimentate qualità, non cerca di abbellire i versanti sgradevoli della storia, a costo di farla sembrare a tratti ripetitiva e compiaciuta; quello che conta, però, è la sospensione di ogni (pre)giudizio esterno e la conseguente valorizzazione - integralmente cinematografica - di un percorso che potrebbe cambiare i destini di alcuni protagonisti, così come accompagnarli a un impatto devastante con la disillusione." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 luglio 2006) "Il primo film di Diego Olivares, dopo qualche corto e un documentario, ha il pregio della chiarezza di ambizioni. L'impalcatura drammaturgica è ricca di risonanze: film dove lo sport ha il valore di cartina di tornasole delle risorse umane e della capacità di resistenza di una comunità di persone disagiate. (...) Qui si tratta di una comunità di recupero per "minori a rischio", tossici o microcriminali. Il pensiero corre a un classico della grande e fragile stagione del "nuovo cinema" anni Sessanta, l'inglese "Gioventù, amore e rabbia" dove il riscatto dei ragazzi di un carcere minorile passava per la sfida podistica agli allievi di una scuola esclusiva e aristocratica. Originale è però l'adattamento che Olivares fa del topos che lo ispira. (...) Nell'agonismo s'esprimono tutte le sfumature possibili della tenacia e della lotta applicate a una dimensione precaria, temporanea, destinata a finire. E nel rispetto di uno sguardo senza illusioni, non ci saranno "momenti di gloria" per i ragazzi di Portici." (Paolo D'Agostini, "La Repubblica", 14 luglio 2006)
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