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I Cento Passi Recensione

"I Cento Passi" recensioni

Scheda Film
I Cento Passi
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-11-22 04:00:50
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

Dalle note di regia: "Questo non è un film sulla mafia, non appartiene al genere. E' piuttosto un film sull'energia, sulla voglia di costruire, sull'immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell'illusione di cambiarlo. E' un film sul conflitto familiare, sull'amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere a uno stesso sangue. E' un film su ciò che di buono i ragazzi del'68 sono riusciti a fare, sulle loro utopie, sul loro coraggio. Se oggi la Sicilia è cambiata e nessuno può fingere che la mafia non esista (ma questo non riguarda solo i siciliani) molto si deve all'esempio di persone come Peppino, alla loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza. Uno, due, tre, quattro ....novantotto, novantanove, cento. Cento passi, nel viale principale di Cinisi, da una casa all'altra. Da quella degli Impastato a quella dei Badalamenti. Nomi che evocano storie particolari, nomi della storia d'Italia. Storia nostra. Cinisi - Sicilia - una trentina di chilometri da Palermo: tra mare e monti, un aereo che atterra e una Giulietta che esplode con l'ennesima vittima, tutto sembra scorrere nell'assoluta normalità. Il bar all'angolo, un matrimonio, la scuola e una pizza. Ma Marco Tullio Giordana, che di storia del Sud e d'Italia se ne intende (Pasolini, un delitto italiano), ci fa capire che quella di Cinisi non è una vita normale in un paese normale. Anni di piombo, di menzogne e di paure. Gli anni Settanta, sconquassati dagli sconvolgimenti del '68; gli appelli di Paolo VI e il rapimento Moro; certezze che crollano, ed altre, ugualmente effimere, che nascono. Ma non a Cinisi. Lì ci sono le "famiglie", i sepolcri sono davvero imbiancati, le regole della vita e della morte, del lavoro e della famiglia, sono diverse e governano l'esistenza, che pare immobile. Tutto deve sembrare buono, giusto, onorevole. Nemmeno un aeroporto pericoloso come quello di Punta Raisi, costruito per logiche certamente non attinenti allo sviluppo, alla sicurezza e al buon senso, scuote un paese, questo paese. Mentre, negli animi più sensibili e intelligenti, svegli e irruenti, suona, prima per curiosità poi per impegno, l'allarme della rivolta e della riscossa civile. Anche se può costare caro. E' il lato più inquietante, diretto, vero, che questo primo film italiano in concorso riesce a cogliere grazie all'occhio attento, anche se scolastico, di Giordana. Sono gli occhi del suo protagonista - li vediamo, quegli occhi, scrutare le esequie dello zio Cesare con l'arguzia innocente dell'infanzia - Peppino Impastato, che salta in brandelli sui binari della ferrovia e la cui storia è ancora parte in brandelli, con una giustizia - è il caso di dirlo? - ancora barcollante. L'impegno civile di Giordana (co-sceneggiatore insieme a Claudio Fava e Monica Zappelli) è encomiabile, anche se non credo sia imprudente parlare di provincialismo delle nostre storie e del nostro cinema. Talvolta diventa un valore, talaltra una trappola. Gli anni dell'elettrica e contagiosa scossa civile che accompagna l'eroica resistenza morale di Peppino nell'ambiente scivoloso di Cinisi (e solo di Cinisi: il giovane contesta l'espatrio, condanna l'immobilismo accentratore dell'allora Partito Comunista, non si fa prendere dalle mode fricchettone e voyeuristiche dei suoi contemporanei figli dei fiori), senza accettare alcun tipo di tattica prudente (gli ideali non hanno confini, corrono senza prudenza), trovano la loro parte migliore nell'indagine dei rapporti intra-familiari. Perché tra gli Impastato - padre, madre, due figli maschi: rispettivamente Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Luigi Lo Cascio e Paolo Briguglia - parole, sguardi, silenzi, affetti e violenze scorrono o esplodono con forte intensità e debito realismo. E' vero: I cento passi non è un film sulla mafia anche se parla quasi esclusivamente di mafia. E' vero: è un film sugli ideali del '68, che, diciamolo, ormai appartengono alla storia, e qui se ne fa l'ennesima indagine. E' vero: è un film sui rapporti tra persone quando sono volenti o nolenti sottoposti all'imposizione di patologie sociali e culturali come quelle che hanno incancrenito un'isola, una regione, in parte una nazione. Come recitano questi paesani? Forse da noi il dialetto funziona meglio della lingua: cogliere persone del luogo e portarle a recitare "in casa" e storie "di casa" evita le sacche del realismo ma protegge in qualche modo dalla retorica. Non, purtroppo, dal didascalismo. Che si insinua, spesso. "(Luca Pellegrini, Rivista del Cinematografo on line, 31 agosto 2000). "Si capisce che il film sia stato accolto con lunghi applausi dalla stampa. Ma Giordana, che cita 'Le mani sulla città' di Rosi e abbonda in canzoni d'epoca, evita ogni retorica concentrandosi giustamente sulla dimensione famigliare. Il padre che non capisce, non può capire, la ribellione del figlio che vola in America per cercare una via d'uscita; la madre che lo difende in segreto; gli 'zii' mafiosi che da bambino lo tenevano sulle ginocchia e oggi lo blandiscono e minacciano insieme. Per un'assurda coincidenza, alla sua morte Impastato non fece notizia. Chissà che questo film non entri nella leggenda". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 settembre 2000) "Molto impegno civile. Come, del resto, in altri film di Giordana. Il testo, forse, per dire molto, e per dirlo con forza, dice troppo, nel senso che, per descrivere i Sessanta ed i Settanta nell'ottica sociale e politica di quel remoto paesino siciliano, fa ricorso ad eccessive vicende di contorno e a vari personaggi di secondo piano. Quando però si tratta di seguire da vicino il personaggio centrale, i suoi rapporti in famiglia e i suoi scontri con i mafiosi, allora il racconto si fa teso, scattante, addirittura aggressivo e la regia nervosa di Giordana ha modo di vibrare e di far vibrare di giusta indignazione". (Gian Luigi Rondi, 'Il tempo', 1 settembre 2000) "Marco Tullio Giordana, in quello che è il suo film migliore, più forte, più diretto, ibrida con successo il cinema di impegno civile (viene citato 'Le mani sulla città') con umori più personali e generazionali, intreccia la denuncia e il ritratto toccante e autentico di un angelo ribelle. E se la sceneggiatura è scritta con inconsueta precisione, schivando retorica e colore, gran parte della riuscita del film la si deve a una squadra di attori di sorprendente bravura guidati senza sbavature da Giordana (...) Da vedere anche per chi non è sensibile all'effetto nostalgia". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 1 settembre 2000).

Copyright © Cinematografo 2007.



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