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"Non era facile tradurre sullo schermo un libro intimista che parafrasa il monologo interiore a più voci della Woolf, il cui testo è citato a tratti letteralmente. Eppure l'inglese Steeephen Daldry, il regista di 'Billy Elliott', ha vinto la scommessa proprio giocando sullo stesso piano di raffinato manierismo di Cunnigham sulla base di un'essenziale sceneggiatura del drammaturgo David Hare. Il significato del film, ovvero la scelta della vita contro la morte nonostante il carattere effimero della felicità, emerge con chiarezza anche per chi non conosce il modello letterario, e un montaggio di gran classe provvede a rendere fluidi come sulla pagina i passaggi da una storia all'altra." (Alessandra Levantesi, La Stampa, 10 febbraio 2003)
"A Berlino (triplo orso alle attrici) qualcuno liquidava 'The Hours' come un 'Frauenfilm', un film per signore. Battuta sciocca: malgrado certe inspiegabili cadute (il trucco della Kidman e di Ed Harris, quel volo dalla finestra così plateale), Daldry spinge l'obiettivo nelle zone più insondabili della mente umana, e non solo femminile. Coadiuvato da un cast che tocca il sublime in due momenti: il duetto Julianne Moore/Toni Collette, l'amica che deve entrare in clinica (nemmeno una nomination, vergogna). E la scena in cui Meryl Streep separa la chiara dal tuorlo dominando una violenta tempesta interiore. Uno dei punti più alti mai raggiunti da questa attrice prodigiosa". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 marzo 2003)
"Tratto dal bellissimo romanzo di Michael Cunningham, 'The Hours' suggerisce il filo arcano che unisce i destini di donne così diverse tra loro ricorrendo alle simmetrie; un'unica giornata per ciascuna, dal trillo della sveglia all'ora di coricarsi; tre momenti chiavi nelle rispettive crisi; tre baci lesbici; non un suicidio, ma due addirittura e così via. L'esito lascia abbastanza perplessi: come se il film di Stephen Daldry fosse troppo studiato a tavolino, troppo perfetto per non diventare cerebrale e un po' freddo". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 8 marzo 2003)
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