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La storia
Sheffield 1983. Otto talentuosi e brillanti ragazzi della Cutler Grammar School, piccola public school maschile d'un area industriale dell'Inghilterra settentrionale, devono prepararsi per passare l'esame di ammissione alle prestigiose università britanniche di Oxford e Cambridge. Distratti dal sesso, dagli sport e dal caos che accompagnano la loro crescita, i ragazzi vengono aiutati, e talvolta ostacolati, da due insegnanti che sono diametralmente opposti nel loro approccio didattico. Hector (Richard Griffiths), maturo insegnante di letteratura, è tanto carismatico e influente con gli studenti quanto sperduto e solo nella vita privata. Egli è la quintessenza delle contraddizioni, ma riesce ad immergere i ragazzi nell'arte e nella letteratura con un metodo d'insegnamento pieno di fantasia, la cui principale forza risiede nella capacità di trasmettere la necessità dell'amore per la disciplina che ci si accosta a studiare. C'è poi Irwin (Stephen Campbell Moore), brillante e giovanissimo neo-laureato ad Oxford, chiamato dall'ambizioso (e stralunato) preside della public school per preparare i ragazzi all'esame attraverso metodologie didattiche sofisticate finalizzate a far acquisire agli studenti una maggiore raffinatezza e spendibilità delle proprie competenze.
Se Hector bada alla 'sostanza' ed al 'cuore', Irwing è invece interessato alla 'forma' ed alla 'mente'. Tre mesi di intensa preparazione che culmineranno con gli esami d'ammissione all'università, quel momento in cui le loro vite saranno aperte ad ogni possibile futuro.
Commento
The History Boys è la trasposizione cinematografica dell'omonima commedia (portata in scena a partire dal 2004) scritta da Alan Bennet e diretta dal sodale Nicholas Hytner (i due avevano già collaborato in La pazzia di Re Giorgio, nonché nella versione teatrale). Si porta al cinema 'pari-pari” una storia che ha avuto un incredibile successo nel mondo teatrale degli ultimi anni, vincendo addirittura sei Tony Award (una sorta di Oscar del teatro). Una trasposizione realizzata in cinque settimane, nel breve arco di tempo intercorso tra le repliche al National Theatre e l'inizio del tour mondiale, che cristallizza in celluloide un corale e rigoroso testo, ricco di dialoghi arguti sui massimi sistemi e di humor inglese. E proprio qui, se vogliamo, stanno i limiti dell'operazione: non andare oltre a ciò che la commedia ha già espresso a teatro unita all'incapacità di utilizzare appieno il linguaggio cinematografico. Il film è saturo di citazioni d'ogni tipo: letterarie, storiche (si parla molto di storia, da qui il titolo), poesie, sequenze cinematografiche, canzoni; tutto è recitato, spesso declamato alla maniera del teatro, appunto.
Bellissima poi la colonna sonora anni ottanta ricca delle sonorità pop dell'epoca, comprendente brani dei New Order, degli Smiths, di Echo The Bunnymen, dei Cure e su tutte la meravigliosa "Papa's Got a Brand New Pigbag" (giustamente riservata al finale). A tratti però capita che proprio la musica del film sia l'unico elemento che ci induca a pensare al fatto che ci troviamo proprio negli anni '80. E poi un dubbio: ma perché tutti i brani sono privi delle parole, problemi di diritti o scelta registica?
Nella pellicola è anche presente, soprattutto nella seconda parte, una messa in scena dell'omosessualità maschile non scontata e che merita d'essere segnalata in quanto particolarmente originale e complessa nella sua articolazione. C'è il ragazzo che si misura con le proprie pulsioni sessuali giocando con l'istintività, c'è quello introverso che cerca di convivere con ciò che non riconosce come 'diverso”, c'è l'anziano professore incapace di controllare le proprie manie sessuali, c'è quello più giovane che fatica ad interagire col 'corpo” studenti e poi, c'è il 'resto del mondo”, che osserva l'evolversi degli eventi, leggermente sbalordito dal fatto che nessuno lo abbia avvertito che il film lo si potrebbe intitolare 'La normalità dell'omosessualità”.
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