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Codename 47
L'agente 47 è un misterioso killer a pagamento conosciuto e apprezzato dall'agenzia per cui lavora in virtù della sua perizia nel nascondere le tracce. Uccide con rapidità e senza dare nell'occhio, come fosse un fantasma. Finché un giorno incontra la bella Nika, la quale gli provoca dei disturbi psicologici tali da fargli tornare in mente dolorose istantanee del suo passato; nel frattempo, però, l'agente 47 è caduto vittima di una trappola - legata all'uccisione di Belicoff, candidato alle elezioni in Russia - e sulle sue tracce si mettono l'Interpol, i servizi segreti russi e tre killers che lavorano per la sua stessa agenzia...
Gentleman in smoking
Testa rasata, codice a barre tatuato dietro la nuca, guanti di pelle, cravatta rossa coperta da un cappotto nero, e camicia bianca a creare un contrasto quasi simbolico; chi mai poteva interpretare un personaggio così dannatamente affascinante preservando tutto il suo incredibile carisma? La produzione ha puntato su Timothy Olyphant e la scelta, dopotutto, sembra averli ricompensati.
La storia parte con l'incredibile visione onirica del passato dell'agente 47: l'Ave Maria di Schubert colora - col suo mottetto polifonico - frammenti dispersi dell'adolescenza del protagonista. Dall'incipit si ha come l'impressione di assistere a un forte cambio di registro, decisamente più consapevole e rispettoso nei confronti del mezzo videoludico. Particolare molto importante, le atmosfere sono incredibilmente fedeli alla creatura di IO Interactive, così come i cambi d'abito durante le missioni che tanto ricordano le fasi stealth dell'omonima quadrilogia interattiva. Timothy Olyphant (Die hard - Vivere o morire), per caratterizzare al meglio il suo personaggio ha evitato forti contaminazioni esterne - in particolar modo non ha badato alle aspettative degli stessi videogiocatori - per intraprendere una strada diversa e audace ma cercando, al contempo, di mantenere il carattere originale dell'agente 47. Le sue posture rigide, accompagnate da movenze quasi meccaniche volte a stabilire una continuità concettuale con il videgioco, dimostrano rispetto nei riguardi della fonte, ma ovviamente accentuano con forza la bidimensionalità dell'antieroe; come ciliegina sulla torta inoltre, non mancheranno divertenti autocitazioni.
Final stage
Visivamente la pellicola del francese Xavier Gens (regista di professione, videogiocatore per scelta) stupisce e galvanizza con moderata efficacia. Tuttavia la sceneggiatura di Skip Woods (Codice: Swordfish) non riesce a cogliere nei dialoghi l'anima da thriller che caratterizzava con forti tinte oscure la serie: la suspance cede così il posto alla confusione, il sentimentalismo fuori luogo infastidisce non poco e la velata ironia macchia il protagonista di un atteggiamento non suo; cercando per altro di sdrammatizzare una pellicola che, a conti fatti, trasuda violenza da ogni poro. L'ottimo accompagnamento sonoro diretto e orchestrato da Geoff Zanelli - il quale non ha fatto altro che seguire l'ottima base musicale intessuta dal compositore Jesper Kyd - si lega perfettamente alle azioni. Il montaggio, infine, dona ritmo e compattezza, nonostante sia evidente la precarietà della sceneggiatura.
Si ha l'impressione, giunti ai titoli di coda, che il regista non abbia preso spunto dal tipo di cinema commerciale che ha distrutto, in parte, trend di successo quali Resident Evil, Alone in the Dark o BloodRayne; piuttosto ha riciclato le basi concettuali di alcune delle migliori pellicole action per confezionare un prodotto che concedesse finalmente - sia allo spettatore occasionale che al videogiocatore accanito - un piccolo spiraglio di speranza. Dimostrando che, con un po' d'impegno e tanta passione, i videogiochi possano regalare al cinema piacevoli soddisfazioni.
L'arte videoludica...
Su Spaziogames abbiamo segnalato (precisamente il 26 novembre) l'ennesimo attacco al mondo dei videogiochi mosso dal critico cinematografico Roger Ebert. Spinto dal commentare il film in questione, ha esteso il discorso affermando quanto segue: "Il film, diretto da Xavier Gens, è stato ispirato dal videogioco omonimo, best seller nella sua categoria, e fornisce un'eccellente dimostrazione della mia convinzione che i videogiochi non diventeranno mai una forma d'arte - mai, almeno non fino a quando non decideranno di trasformarsi in qualcosa di più o in qualcosa di completamente diverso". Certo, valutando la qualità prettamente artistica delle ultime pellicole tratte dai videgiochi, come dargli torto? Tuttavia il discorso è ben diverso e leggermente più variegato; stando al suo rimprovero, la violenza ancora una volta sembra essere nel mirino di chi cerca a tutti i costi un capro espiatorio, provando a comprendere un'evoluzione dell'intrattenimento digitale che non gli appartiene (il caso Rule of Rose ne è un esempio lampante).
Eppure il cinema, nonostante sia una forma d'arte capace di affascinare le platee con prodotti artistici d'indubbio spessore, crea e distribuisce ogni anno tantissime pellicole violente (Hostel, Saw - L'enigmista,) e, nonostante questo, nessuno si è mai sognato di sminuirne le qualità. Credo sia dunque necessario catalogare i generi di appartenenza anche nel settore dell'intrattenimento, allo scopo di scindere prodotti forti quali Hitman e Resident Evil da opere d'arte quali Shadow of The Colossus, Okami o Zelda. Se in primis non c'è quindi la volontà da parte delle produzioni cinematografiche di adattare degnamente un prodotto d'intrattenimento per il grande schermo, parlare di arte, o anche solo accennarla, a mio avviso pregiudica la natura stessa della critica.
INCONTRO CON IL PROTAGONISTA TIMOTHY OLYPHANT
In questi ultimi anni si è manifestata una sorta di "febbre da videogioco", tanto che le comunità di riferimento si sono espanse a macchia d'olio. Per interpretare l'agente 47 si è preparato giocando all'omonimo videogame o ha sfogato la propria rabbia repressa?
T.O.: in verità ho deciso di "ignorare" la comunità dei videogames. Sia chiaro, li rispetto, ma al tempo stesso penso sia una china scivolosa sulla quale ho preferito non poggiarmi. D'altra parte lo spettatore cerca sempre la novità, ho dunque preferito proporre qualcosa di nuovo.
Dalla sua interpretazione traspare la volontà di aggiungere spessore al personaggio. Cosa ha messo di suo?
T.O.: Innanzitutto grazie. Come in qualsiasi lavoro si approfondisce sempre la storia che si va a trattare. In Hitman la storia è strettamente annodata al copione. Il mio apporto è stato di modernizzare rimanendo fedele alla natura del personaggio.
Il training al quale si è affidato è stato faticoso? Parlandone con Bruce Willis all'anteprima di Die Hard, fece presente quanto dura fosse allenarsi per un film del genere...
T.O.: Quindi Bruce Willis si è lamentato? Per me non è stato un problema (ride).
Ho lavorato in palestra con un uomo terribile. A fine giornata tutto il mio corpo gridava dal dolore. Il training è durato circa quattro settimane, mi concentravo principalmente sul sollevamento pesi per aumentare la mia massa muscolare - sparita altrettanto velocemente a fine riprese. Dopo ho continuato lavorando con gli stuntman e gli esperti delle armi. E' stata davvero dura.
Come mai il lato sentimentale del film è solo sfumato? Perché non si concretizza?
T.O.: Gli elementi romantici nel film sono un arricchimento. Bisogna comunque prendere come riferimento la storia, il personaggio, cercando di non tradirne le origini. Ho amato sin dall'inizio l'idea di un uomo staccato, glaciale, che uccide a sangue freddo senza batter ciglio e che quando si siede al tavolo con una donna si agita preferendo chiudersi in bagno e uccidere tre persone piuttosto che intentare un dialogo; perché in fondo è quello che lo rilassa. Con un personaggio del genere la vena romantica puoi inserirla fino a un certo punto.
E' stato per caso Vin Diesel (produttore esecutivo - ndr) a suggerirle il taglio di capelli? Ci può parlare del suo look?
T.O.: (ride) Non conosco Vin Diesel, sul set non l'ho mai incontrato. Il tatuaggio era momentaneo: veniva disegnato e ripulito con una salviettina imbevuta tutti i giorni. Per quanto riguarda i capelli... è stato un po' meno facile farli ricrescere…
Da spettatore, cosa ne pensa dei cattivi cinematografici che alla fine si dimostrano "più buoni dei buoni"?
T.O.: Posso solo immaginare come noi tutti condividiamo la finzione cinematografica volta alla comprensione dell'animo umano. Molti sperano che nella realtà i cattivi siano nel proprio intimo dei buoni, uomini che vogliono migliorare; altri invece prendono spunto da tale violenza per uccidere e farla franca.
Hitman è una produzione EuropaCorp di Luc Besson. Egli ha in qualche modo influenzato la produzione? L'agente 47 per certi versi è molto simile a Léon...
T.O.: Quando ho incontrato Besson gli ho detto: "Ti rendi conto che stai producendo un film tratto da un videogioco che a sua volta è stato ispirato dalle tue opere cinematografiche?" (ride). La verità è che credeva così tanto al progetto da non aver influenzato minimamente lo svolgimento delle riprese. Ci ha dato carta bianca, e questo la dice lunga sul rispetto che Luc Besson ha dimostrato nei nostri confronti.
E' usanza etichettare il videogioco come una forma di intrattenimento per ragazzini, quando la verità è che molte sceneggiature degli stessi sono più curate di altrettante produzione holliwoodiane. Eppure i personaggi cinematografici sono anch'essi bidimensionali come quelli dei videogiochi... Dal film traspare inoltre come lei sia stato capace di infondere al personaggio l'iconografia che meritava, anche perché noi videogiocatori conosciamo l'agente 47 di spalle, non avendo mai colto con attenzione le espressioni del viso durante le sue missioni...
T.O.: Sono assolutamente d'accordo, in quanto a mio avviso non hanno ancora onorato il videogioco per come meriterebbe. Ma è già successa una situazione analoga con i fumetti, le graphic novel. Ci vuole sempre qualcuno che li proponga adeguatamente. In questo film ad esempio, abbiamo cercato di rispettare il mezzo videogioco in tutti i lati della produzione. Merito se non altro del regista Xavier Gens, il quale parlando del film mi fece intuire che ci sarebbe stata una sostanziale differenza rispetto alle altre pellicole ispirate ai videogiochi. Per quanto riguarda la mia interpretazione, ho scavato dentro di me alla ricerca degli istinti viscerali, dato che non sapevo cosa volesse dire uccidere uomini con regolarità. Da piccolo schiacciavo le formiche con il palmo della mia mano, ecco, questo è stato il nucleo centrale sul quale ho basato la mia performance.
Il film è molto "easy", nel senso che predilige l'intrattenimento alla critica sociale. Tuttavia affronta, in parte, il problema dello sfruttamento femminile...
T.O.: Intanto Olga Kurylenko (modella di professione - ndr) ha svolto un grande lavoro, non potevo chiedere una partner migliore, anche perché il suo ruolo non era affatto facile. E' naturale che non augurerei a nessuno di trovarsi in un'esperienza del genere: la situazione di queste ragazze nei paesi dell'Est, vendute per pochi dollari e costrette a ogni tipo di violenza, è disumana. Anche per me questa è una parte che eleva maggiormente il film, abbiamo lavorato molto per metterla a punto.
Uno degli aspetti che più ci ha colpito del suo personaggio è che non fa mai sesso. Gli eroi non trovano mai una donna, per cui le chiedo: le piacerebbe un Hitman vs Lara Croft, o ancora un Hitman meet Lara Croft?
T.O.: (ride) Beh, qualunque cosa mi porti verso Angelina Jolie va più che bene! Ovviamente intendo a livello professionale, ne parlo con tutto il rispetto perché la stimo molto come attrice.
E' un periodo molto fortunato per lei: dopo il serial televisivo Deadwood e Die Hard - Vivere o morire, Hitman ha esordito in USA incassando 23 milioni di dollari, di certo un ottimo risultato. Dato pero' che l'abbiamo vista in ruoli da cattivo, c'è la possibilità di vederla prossimamente in qualche commedia?
T.O.: Si, sono d'accordo. E' veramente un periodo molto fortunato, me ne rendo conto. Guarda caso proprio sabato torno in Canada a girare una commedia. E' la storia di quattro persi morfinomani che devono rubare in banca. Per me è importante lavorare, se poi la produzione mi propone film e ruoli diversi sono ancora più felice.
Cosa pensa della serialità? Continuerà ad accettare parti in film seriali o franchise?
T.O.: Spero proprio di no. Certo, dipende da diversi fattori, ma perfino in questo film ho pensato che se si poteva aprire a un pizzico di commedia sarebbe andata bene.
E nel caso le venisse proposto Hitman 2?
T.O.: Beh, non ho scelta (ride).
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"Il videogame danese 'Hitman' e ora un film alla Luc Besson, con quel plusvalore di violenza che viene dall' Est. L'incalzante fantasioso autore Xavier Gens rende misterioso e umanamente disumano l'agente 47, una macchina ammazzacattivi pelato, sexy e vestito di nero che fa un tour killer tutto compreso tra San Pietroburgo, Londra, Istanbul e Nigeria per uccidere un leader moderato russo. (...) Parente del Vin Diesel di 'XXX', il film e uno dei pochi esempi riusciti dell'esecrabile genere del cine video gioco anche per la mistica prova perfino con humour di Timothy Olyphant." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 dicembre 2007) "'Hitman' di Xavier Gens e l'ennesimo film tratto da un videogame. Per non parlare del soggetto: abbiamo visto assassini meticolosi e pieni di idiosincrasie da 'Frank Costello faccia d'angelo di Melville' a 'Leon' di Besson passando per l'ultimo eccellente Pierce Brosnan di 'Matador'. (...) Molti defunti, pochissimo sangue, zero senso dell'umorismo. Il protagonista e Timothy Oliphant, appena visto come scialbo cattivone nell'ultimo 'Die Hard' dove, però, aveva più capelli di Bruce Willis. Il suo look in questo film ricorda i buttafuori di uno di quegli orribili locali dove vanno i vip italiani. Il regista Xavier Gens e balzato agli onori della cronaca recentemente per via del suo horror Frontiere(s), così agghiacciante da prendersi il peggior divieto della censura Usa. Quello non vediamo l'ora di vederlo." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 7 dicembre 2007) "I videogiochi continuano ad ispirare sceneggiatori e registi e quello del cinema che prolunga l'immaginario da playstation e diventato un vero e proprio filone. 'Hitman-L'assassino' riesce solo in parte ad affiancare 'Final Fantasy', 'Tomb Raider', 'Resident Evil' (tanto per citare le migliori trasposizioni/reinvenzioni), perche il giovane francese Xavier Gens alla sua prima trasferta hollywoodiana si lascia prendere troppo la mano dal suo talento. (...) Timothy Olyphant con giacca e cravatta e cranio rasato e credibile come killer postmoderno di poche parole e tante pallottole, che si lascia alle spalle una scia di cadaveri con qualche chiaroscuro in più rispetto al videogame. E Gens si muove tra i modelli classici e John Woo preferendo al montaggio serrato in voga a Hollywood virtuosistici movimenti di macchina e lunghi piani sequenza. Nell'overdose di sangue e violenza si incrociano il videogioco, i fumetti, 'Matrix' e 'X-Men'." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 8 dicembre 2007) "Tra Istanbul, San Pietroburgo e altre localita turistiche, il film svolge il suo compito con piglio dinamico, unito a un sospetto di svogliatezza: 'rallentati' alla maniera del cinema di Hong Kong, movimenti di machina da luna park, effetti di montaggio, spiazzanti. A paragone, la trilogia di Jason Bourne fa la figura dei classici del cinema. E poi, che gusto c'e a giocare a videogame se lo schermo del cinema non e interattivo?." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 dicembre 2007)
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