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"Dopo 'Fuga dalla scuola media', insistendo sul capitolo 'famiglia', Solondz mette in scena un teatrino d'interni spaventoso, quindi bisognoso di cure, drammaturgiche e cinematografiche, a tinte morte, com'è morta la coscienza: Solondz invita a riflettere, anche con ironia, su una voragine di punti interrogativi. Qualcuno ride, l'altro si arrabbia: il regista simpatizza per entrambi". (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 30 gennaio 1999)
"Che la visione del mondo di Solondz non sia tutta rose e fiori l'aveva già dimostrato il suo primo film, Fuga dalla scuola media, dove la sua vis satirica si abbatteva sulla famiglia media americana e i dolori dell'adolescenza. In Happiness, che è stato presentato lo scorso anno come il caso della Quinzaine des Réaliseteurs a Cannes, Solondz allarga il campo, ma tiene di mira lo stesso mondo, i 'suburbia' borghesi, la middle class con qualche mezzo e poca fantasia, i vizi segreti e le pubbliche virtù del New Jersey preso ad epitome della provincia, e fa, rispetto alla vita familiare, la stessa operazione di dissacrazione ironica che Tarantino ha fatto nei confronti della malavita: e quindi stile, estremizzazione, vetriolo, risate". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 31 gennaio 1999)
"Happiness ha fatto scalpore negli Usa ma non è un freddo saggio sulla pedofilia quotidiana, quella non da prima pagina, da Marcinelles. Né un caldo pamphlet satirico sulla sessualità dell'americano medio, 40 anni dopo lo 'sconvolgente' rapporto Kinsey. E' più un' impressionante dichiarazione d'amore, paura e disgusto per il New Jersey, lo 'stato giardino', dove il regista è cresciuto (come Sayles e Christina Ricci). Farcito da spiritosi aforismi sull'ossessione per la 'felicità' obbligatoria (la costituzione Usa ne garantisca il diritto, ma il mercato vuol farne un ferreo obbligo) che si trasforma in una sorta di schiavitù da società opulenta". (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 29 gennaio 1999)
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