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Anche ai supereroi serve un buon pr
Hancock è un supereroe dotato di poteri straordinari: forza sovrumana, volo, invulnerabilità… ma la sua condizione di outsider, di 'diverso”, lo rende anche più facilmente soggetto ad alcuni vizi molto umani, quali l'ubriachezza molesta e la volgarità nell'esprimersi. Hancock insomma è odiato pressoché da tutti, anche perché ogni suo intervento, seppur efficace, si rivela un completo disastro per i danni che provoca alla città di Los Angeles e ai suoi abitanti. Ma un giorno salva la vita a Ray Embrey, esperto di pubbliche relazioni, e questi, per sdebitarsi, decide di aiutarlo a migliorare la sua immagine agli occhi della gente e delle istituzioni…
Da un grande potere…
Dev'essere proprio l'era dei superhero movies se questi superuomini possono ora sorgere direttamente a Hollywood, nella mente degli sceneggiatori e non in quella degli autori di fumetti. E' il caso di Hancock, soggetto originale che però, nonostante sia privo di radici fumettistiche, saccheggia a piene mani settant'anni di comics a stelle e strisce per disegnare un personaggio con i superpoteri di Superman e i superproblemi degli eroi Marvel. Certo, tutto resta in superficie, e la solitudine di Hancock ('unico della sua specie”) è lontana anni luce da quella del Superman di Alan Moore o dell'adolescente Uomo Ragno; eppure, è chiaro il tentativo di umanizzare il semidio: Hancock beve, è rozzo, volgare, incapace di controllare la sua forza, e causa più danni di quanti riesca a prevenirne. Un supereroe depresso e solo, insomma, troppo maldestro per suscitare l'amore dei concittadini, e reso credibile dalla maschera tormentata del sempre più eclettico Will Smith.
Ma a questo giocattolone estivo (che fra i produttori annovera anche Jonathan Mostow e soprattutto Michael Mann) non giova troppo la doppia personalità di una sceneggiatura che suddivide il film in due parti ben distinte: l'anima comico/farsesca – a tratti efficace – nella prima metà e quella drammatica nella seconda, con una trama un po' sgangherata che fatica a reggere l'ora e mezza complessiva, per quanto il ritmo sia discreto. Ne risulta allora un prodotto ibrido, diviso fra la commedia e l'avventura, a rischio però di non soddisfare né gli appassionati dell'uno né quelli dell'altro genere, anche perché le scene d'azione e gli effetti visivi (di John Dykstra, Oscar per Stuart Little e Spider Man 2) sono di routine, mentre la regia nevrotica e finto-documentaristica di Peter Berg – già con Michael Mann per The Kingdom – è sin troppo caotica.
Una curiosità: soddisfatto dell'esperienza de La ricerca della felicità, Will Smith propose Hancock a Muccino, il quale rifiutò poiché non lo considerava 'nelle sue corde”.
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