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Grande, Grosso e... Verdone Recensione

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Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-03-06 10:58:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Dice che non avrebbe voluto, ma non poteva fare altrimenti. La richiesta dei fan, d'altronde, non poteva rimanere inevasa, e spinto da qualcosa come "1371 e-mail" Carlo Verdone - d'accordo con il produttore Aurelio De Laurentiis - ha deciso di misurarsi nuovamente con le maschere che fecero la sua fortuna sin dagli esordi in tv, in qualche modo riproposte nel '95 con Viaggi di nozze. Già allora, però, lo scarto con i cult del passato era lampante, e i veri puristi (imitatori più o meno occasionali capaci di riproporre nella vita di tutti i giorni battute e situazioni presenti in Un sacco bello o Bianco, rosso e Verdone, senza dimenticare i vari Borotalco, Acqua e sapone o Troppo forte) storsero un po' la bocca. Oggi, tredici anni più tardi, i tic e le nevrosi dei vari Leo, del nuovo Furio (ora professor Cagnato) o del coatto postmoderno Moreno, già Ivano, ancor prima Enzo, perdono ancor più in naturalezza, soccombono di fronte ad una programmaticità che spaventa, non riescono ad avere la meglio su un testo imbastito a tavolino, troppo pensato ma a ben vedere poco sentito: già la struttura di Grande grosso e... Verdone (titolo deciso dagli stessi ammiratori che tanto hanno spinto affinché il regista e attore romano tornasse a raccontare l'Italia attraverso i suoi personaggi più amati), non più ad incastro ma in tre episodi separati, potrebbe essere l'indizio - se non proprio una "prova" - di una difficoltà che, a conti fatti, costringe Verdone a dilungarsi oltre misura (131' sono davvero troppi), improvvisando "vezzi" nemmeno immaginati un paio di decenni fa (i figli di Leo doppiati dallo stesso attore, il duetto con l'amico d'infanzia Stefano Natale, fonte d'ispirazione, non solo per la voce, nel tratteggiare la figura dell'ingenuo "broccolone"), sforzandosi per inventare sviluppi narrativi o situazioni aderenti agli aspetti più "a basso costo" della nostra quotidianità (la Gerini moglie del coatto che a Taormina riconosce un vip protagonista dell'"Isola dei primitivi"...), impossibilitato - per una serie di motivi - a rapportarsi con attori/caratteristi indimenticabili (Mario Brega, la Sora Lella - riposino in pace - Angelo Infanti, lo stesso Christian De Sica, Renato Scarpa, Angelo Bernabucci e via discorrendo) oggi sostituiti da cabarettisti (Geppi Cucciari) o intrattenitori notturni (Massimo Marino), segno probabilmente che la "genuina professionalità" di quei tempi è oggi più che mai irripetibile, ricordo di un cinema che, volenti o nolenti, non tornerà più.

Copyright © Cinematografo 2008.

Film
Grande, grosso e... Verdone
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-03-07 09:01:28
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Verdone si fa in tre

Tre episodi, tre atti, o forse sarebbe meglio definirli tre film brevi. Le storie che Verdone porta sullo schermo nel suo ultimo lavoro sono indipendenti, i personaggi storici del regista/attore e gli avvenimenti non si incrociano mai durante la narrazione. Sulla scia dell'operazione nostalgia – tanto comune nel cinema degli ultimi anni in Italia – riporta alla luce tre figure che hanno dato tanto al cinema italiano. Ecco allora, in ordine di apparizione: l'ingenuo Leo di Un sacco bello; l'ultra-pignolo Furio di Bianco, rosso e Verdone e il quasi-diabolico Raniero di Viaggi di nozze, che si fondono per creare Callisto Cagnato; e, sempre da quest'ultimo successo, il cafone Ivano qui trasformato nel ricco – ma sempre coatto – Moreno Vecchiarutti. Il primo episodio ruota intorno a Leo, che perde la madre nel giorno dedicato a un grande raduno di boy scout. La bara della defunta, però, incapperà in molti incidenti prima di arrivare al cimitero. Il secondo atto propone l'insopportabile Callisto alle prese con i problemi esistenziali del figlio, senza accorgersi che questi sono provocati proprio da lui. L'ultima parte propone il supercafone Moreno alle prese con una vacanza insieme a moglie e figlio a Taormina, per cercare di ritrovare la tranquillità familiare. Ma fra i tanti ospiti snob del lussuoso hotel, la famiglia Vecchiarutti non sembra proprio trovarsi a suo agio.

131 minuti e non sentirli

Questo film - parola di Verdone - è un omaggio ai suoi tanti fan, che nell'ultimo periodo hanno chiesto a gran voce di riproporre i suoi personaggi più noti. E il Carlo nazionale, dopo averci pensato un po', ha accolto le richieste del suo pubblico e ha impacchettato Grande, grosso e... Verdone.

L'operazione è riuscita, il recupero delle maschere più note dell'attore non si è rivelata una mera operazione di marketing. Il prodotto è buono, fresco, mai banale. E soprattutto fa ridere. Lascia spazio anche a qualche momento di riflessione sull'Italia di oggi; sulle abitudini, sui tic degli italiani e sulla politica, senza mai risultare moralista o "pedagogico". Verdone porta sullo schermo dei 'tipi”, certo esagerati, ma pur sempre delle tipologie di persone che non è poi così difficile incontrare per strada, al cinema, in vacanza. Forse è anche per questo che il regista e attore piace tanto: perché riesce a riproporre nei suoi film uno spaccato dell'Italia di oggi, con cui comunque lo spettatore deve confrontarsi, specchiarsi. Certo l'immagine che ritorna è deformata all'eccesso, ma è comunque una figura riflessa.

Bravi tutti gli attori del cast (Claudia Gerini, Geppi Cucciari, Eva Riccobono, Emanuele Propizio...); ognuno trova il proprio spazio e una propria dimensione, e, capitanati da un Carlo Verdone in grande spolvero, trasmettono simpatia in ogni situazione. Grazie a loro e a una sceneggiatura curata, il film scorre piacevolmente per tutti i suoi 131 minuti.

Un climax ascendente

I tre mini film sono tutti divertenti, ognuno con le proprie peculiarità, con la propria giusta dose di ironia. Ma è indubbio che la narrazione acquisti forza con il trascorrere dei minuti, fino a raggiungere, nell'ultimo episodio, l'apice della comicità. E la scelta non è sbagliata. L'attenzione dello spettatore cresce con lo svolgersi delle situazioni, per esplodere con l'entrata in scena di Moreno Vecchiarutti.

Certo non è un film da Oscar, ma neanche prova ad esserlo. È un titolo che vuole essere simpatico, vuole fare ridere: e ci riesce.

I fan accaniti troveranno pane per i propri denti, ma anche chi non conosce bene Verdone potrà apprezzare un film davvero divertente.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Film
Grande, Grosso e... Verdone
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-03-15 04:03:43
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

Dalle note di regia: "Negli ultimi due anni sono arrivate al mio Fun club quasi 1400 e-mail che chiedevano di riportare sullo schermo i miei personaggi più divertenti. Così Leo di 'Un sacco bello', Callisto di 'Bianco Rosso e Verdone' e Moreno di 'Viaggi di nozze', tornano invecchiati e peggiorati nei loro difetti. Le storie sono state concepite come se fossero tre differenti, piccole, pellicole. Anche la fotografia è stata concepita in maniera diversa per ognuna delle storie. Storie che non si incrociano mai, ma che 'hanno come comun denominatore l'immensa volgarità dei nostri tempi'." "Verdone ritorna alla galleria dei tipi nazionali e ridà vita alle sue caratterizzazioni più applaudite facendone i protagonisti di tre episodi che formano il film. La capacità di leggere i tempi attraverso i personaggi funziona con Moreno ed Enza (...) Ci riesce meno con il candido Leo (...) e stenta decisamente col professor Callisto, il cui involontario sadismo è troppo monocorde per appassionare davvero lo spettatore. In tutti gli episodi ritrovi la forza mimetica dell'attore Verdone, la sua abilità di cogliere tic e manie nazionali, ma solo nel terzo c'è anche la capacità di leggere, attraverso i personaggi, il Paese che li ha generati e poi trasformati nei suoi paladini." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 marzo 2008) "E' un film per divertirsi, scritto e recitato per divertire (tuttavia non tutto il cast funziona a dovere), ma anche un allarme diciamo pure accorato su come vanno le cose nella convivenza in-civile e nella famiglia. Verdone cerca e in larga parte trova registri lontani dalla tradizione dei nostri più genuini mostri della commedia. Anche se rimane resistente il cordone ombelicale che lo lega al Sordi di 'mamma mia che impressione', del 'Moralista' o di 'dove vai in vacanza'. Meno feroce del suo predecessore, ma anche suo malgrado costretto a un maggior pessimismo, forse Verdone non è del tutto contento di questo pesante fardello del quale vorrebbe affrancarsi. Convinto che i tempi diversi richiedano uno sguardo diverso." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 7 marzo 2008) "Ammesso che davvero 'Grande, grosso e... Verdone' chiuda un ampio ciclo di maschere cinematografiche, lo fa quasi a livello dell'apertura. Ma naturalmente manca l'effetto-novità." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 7 marzo 2008) "Alla fine dei 131 minuti, forse si esce convinti di non aver riso come avremmo sperato, soprattutto dopo un film divertente come il precedente 'Il mio miglior nemico' con Silvio Muccino. Probabilmente Verdone ha bisogno di avere a fianco degli attori che gli trasmettano energia per farci davvero ridere. Ma forse in questo film voleva trasmetterci il malessere che proviamo rispetto alla volgarità della società dove viviamo. E questo non fa più ridere." (Marco Giusti, 'Il Manifesto', 7 marzo 2008) "Il film realizzato con leggerezza e con segreta disperazione ha poi il vantaggio d'avere un protagonista quale Carlo Verdone: se come sceneggiatore o regista non ha fatto progressi straordinari, come interprete diventa, con mezzi sempre più espressivi e raffinati, sempre più bravo." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 20 marzo 2008) "'Grande, grosso e ... Verdone' non manca di difetti (incongruenze, situazioni non credibili, lentezze) ma Verdone è un interprete sempre più bravo e straordinario. Per misurare il suo talento crescente basterebbero il modo rigido e saltellante di camminare, le spalle squadrate del professore, oppure la faccia appassita e imbarazzata del coatto arricchito. Verdone riesce sempre a esprimere la natura magari spregevole del personaggio, e insieme a farsi voler bene dagli spettatori per la sua genialità." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 marzo 2008)

Copyright © Cinematografo 2008.



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