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Verdone si fa in tre
Tre episodi, tre atti, o forse sarebbe meglio definirli tre film brevi. Le storie che Verdone porta sullo schermo nel suo ultimo lavoro sono indipendenti, i personaggi storici del regista/attore e gli avvenimenti non si incrociano mai durante la narrazione. Sulla scia dell'operazione nostalgia – tanto comune nel cinema degli ultimi anni in Italia – riporta alla luce tre figure che hanno dato tanto al cinema italiano. Ecco allora, in ordine di apparizione: l'ingenuo Leo di Un sacco bello; l'ultra-pignolo Furio di Bianco, rosso e Verdone e il quasi-diabolico Raniero di Viaggi di nozze, che si fondono per creare Callisto Cagnato; e, sempre da quest'ultimo successo, il cafone Ivano qui trasformato nel ricco – ma sempre coatto – Moreno Vecchiarutti. Il primo episodio ruota intorno a Leo, che perde la madre nel giorno dedicato a un grande raduno di boy scout. La bara della defunta, però, incapperà in molti incidenti prima di arrivare al cimitero. Il secondo atto propone l'insopportabile Callisto alle prese con i problemi esistenziali del figlio, senza accorgersi che questi sono provocati proprio da lui. L'ultima parte propone il supercafone Moreno alle prese con una vacanza insieme a moglie e figlio a Taormina, per cercare di ritrovare la tranquillità familiare. Ma fra i tanti ospiti snob del lussuoso hotel, la famiglia Vecchiarutti non sembra proprio trovarsi a suo agio.
131 minuti e non sentirli
Questo film - parola di Verdone - è un omaggio ai suoi tanti fan, che nell'ultimo periodo hanno chiesto a gran voce di riproporre i suoi personaggi più noti. E il Carlo nazionale, dopo averci pensato un po', ha accolto le richieste del suo pubblico e ha impacchettato Grande, grosso e... Verdone.
L'operazione è riuscita, il recupero delle maschere più note dell'attore non si è rivelata una mera operazione di marketing. Il prodotto è buono, fresco, mai banale. E soprattutto fa ridere. Lascia spazio anche a qualche momento di riflessione sull'Italia di oggi; sulle abitudini, sui tic degli italiani e sulla politica, senza mai risultare moralista o "pedagogico". Verdone porta sullo schermo dei 'tipi”, certo esagerati, ma pur sempre delle tipologie di persone che non è poi così difficile incontrare per strada, al cinema, in vacanza. Forse è anche per questo che il regista e attore piace tanto: perché riesce a riproporre nei suoi film uno spaccato dell'Italia di oggi, con cui comunque lo spettatore deve confrontarsi, specchiarsi. Certo l'immagine che ritorna è deformata all'eccesso, ma è comunque una figura riflessa.
Bravi tutti gli attori del cast (Claudia Gerini, Geppi Cucciari, Eva Riccobono, Emanuele Propizio...); ognuno trova il proprio spazio e una propria dimensione, e, capitanati da un Carlo Verdone in grande spolvero, trasmettono simpatia in ogni situazione. Grazie a loro e a una sceneggiatura curata, il film scorre piacevolmente per tutti i suoi 131 minuti.
Un climax ascendente
I tre mini film sono tutti divertenti, ognuno con le proprie peculiarità, con la propria giusta dose di ironia. Ma è indubbio che la narrazione acquisti forza con il trascorrere dei minuti, fino a raggiungere, nell'ultimo episodio, l'apice della comicità. E la scelta non è sbagliata. L'attenzione dello spettatore cresce con lo svolgersi delle situazioni, per esplodere con l'entrata in scena di Moreno Vecchiarutti.
Certo non è un film da Oscar, ma neanche prova ad esserlo. È un titolo che vuole essere simpatico, vuole fare ridere: e ci riesce.
I fan accaniti troveranno pane per i propri denti, ma anche chi non conosce bene Verdone potrà apprezzare un film davvero divertente.
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