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"Quello che perseguita di più un uomo é ciò che non gli é stato ordinato di fare."
In seguito alla morte della moglie, Walt Kowalski è costretto a fare i conti con la propria solitudine E' in pessimi rapporti con le famiglie dei suoi figli, di cui disapprova lo stile di vita, e del conforto religioso non sa che farsene. Reduce della guerra di Corea con un peso sulla coscienza, ex operaio all' assembly-line della Ford, è un uomo all'antica, scontroso e pieno di risentimento per un mondo che fa sempre più fatica a comprendere. Walt, che trascorre le sue giornate tosando il prato, oppure seduto in veranda a ingollare birra in compagnia del suo cane, assiste contrariato alla rapida trasformazione del quartiere. I vecchi abitanti, in gran parte famiglie di operai degli stabilimenti automobilistici, sono morti oppure si sono trasferiti altrove, cedendo il passo a nuovi immigrati. Con dinanzi agli occhi uno scenario di abitazioni fatiscenti, prati incolti e gang giovanili che scorrazzano armate, Kowalski sembra avere buon gioco a nutrire le proprie radicate convinzioni razziste, il fucile M-1 sempre a portata di mano. Quando però qualcuno tenta di rubargli la sfavillante Ford Gran Torino del 1972, custodita in garage come una reliquia, il suo destino incrocia quello della famiglia di asiatici Hmong che abitano nella casa a fianco, e le granitiche certezze del vecchio veterano cominciano a incrinarsi...
"Avete notato che ogni tanto capita di incontrare qualcuno che sarebbe stato meglio non incontrare? Quello sono io."
Diretto da Eastwood a distanza di pochi mesi dall'acclamato Changeling, e sua prima apparizione sullo schermo dopo Million Dollar Baby , Gran Torino si spoglia dello stile ricercato ed estetizzante che aveva caratterizzato le ultime prove del regista, trovando i suoi punti di forza in una messinscena asciutta, disadorna, e in un registro narrativo sospeso fra commedia e dramma sociale. Eastwood, circondato dai suoi collaboratori abituali, restituisce concretezza e plausibilità a talune ingenuità e forzature narrative presenti nella sceneggiatura dell'esordiente Nick Schenk. Il personaggio del duro Kowalski, concepito dalla penna di Schenk senza avere ancora in mente Eastwood per la parte, sembra davvero ricalcato sul volto del vecchio attore-regista. Una versione disillusa e senile di Dirty Harry Callahan, che comunica aggrottando la fronte e a forza di grugniti. Walt Kowalski ha il grilletto facile e un caricatore di epiteti offensivi con cui apostrofare figli e nipoti, il prete che vorrebbe confessarlo, gli immigrati che abitano nel vicinato. Siamo nei sobborghi residenziali di Motor City Detroit, la città un tempo modello della meccanizzazione fordista. Il vento è cambiato, tira aria di recessione e le industrie de-localizzano dove la mano d'opera costa meno. Rappresentante orgoglioso di quella working-class che ha contribuito al benessere diffuso della società statunitense post-bellica, Kowalski vive nel ricordo di fasti passati, simboleggiati dalla sua Ford Gran Torino, che lui stesso ha contribuito ad assemblare alla catena di montaggio. Adesso che tutto ciò in cui ha creduto rivela la sua precarietà, il linguaggio ottuso del razzismo resta il solo collante per tenere assieme i pezzi della sua identità in disgregazione. Se Eastwood appare del tutto a suo agio nell'incarnare il prototipo dell'americano gretto e tradizionalista, la rappresentazione della defilata comunità Hmong, raggiunge vertici di autenticità grazie a uno scrupoloso lavoro di casting di attori non professionisti. Discendenti di un popolo originario delle zone montagnose del sud-est asiatico, gli Hmong sono emigrati in massa negli Stati Uniti in seguito al coinvolgimento nella guerra del Vietnam, senza che mai finora si parlasse molto di loro, al cinema come altrove.
"Dio, ho più cose in comune con questi cinesi, di quante ne abbia con la mia marcia famiglia."
Non é la prima volta che Eastwood, alle prese con i nervi scoperti della società statunitense, affronta temi razziali. Alla larga dall'ossessione per il politicamente corretto, Gran Torino evita di inanellare tesi preconfezionate, costringendoci a fare i conti con la quotidianità del pregiudizio. Kowalski, che ha combattuto in Corea, è stato abituato a pensare che tutti gli asiatici siano uguali, e li disprezza. Una questione di punti di vista. Infatti, lo stesso sentimento di ostilità è contraccambiato dall'anziana vicina Hmong. Come due facce della stessa medaglia, seduti sotto portici confinanti, i due passano il tempo a insultarsi, ciascuno nella rispettiva lingua, in una versione grottesca di quel ribaltamento di prospettive già ben collaudato da Eastwood nella doppia versione cinematografica della battaglia di Iwo Jima, vista prima da parte americana (Flags of Our Fathers) e poi giapponese (Lettere da Iwo Jima ). Ma così come accade nelle guerre, basterebbe conoscere davvero chi si ha di fronte, per smettere di odiare. A cominciare proprio dal vicino della porta accanto. Frequentando la famiglia Hmong, Kowalski sarà costretto a riconoscere, dietro l'esotismo delle apparenze, profonde doti umane e un orizzonte di valori che condivide, scoprendosi più affine a questi immigrati che ai suoi stessi superficiali parenti americani.
"Facciamo un barbecue, vuoi venire?" - "Ok, ma state lontani dal mio cane." - "Non ti preoccupare, noi mangiamo solo gatti."
Come succede ad altri anti-eroi del cinema di Eastwood, anche il protagonista di Gran Torino, nonostante l'età e le convinzioni radicate, saprà mettersi in discussione e compiere scelte difficili. Lo farà a modo suo, fino in fondo fedele a se stesso, insofferente ai codici imposti di condotta verbale. In una scena-manifesto del film, Kowalski porta il sedicenne Thao dal suo amico barbiere, un italiano con cui si stuzzica di continuo scambiandosi insulti a sfondo etnico. Lo scopo di Walt è di fornire al giovane asiatico l'assaggio di un confronto linguistico leale, 'da uomo a uomo”, abituandolo a non prendersela per la durezza dei toni e per le battute canzonatorie, e a guadagnarsi sul campo il rispetto dell'interlocutore. Nella convinzione che, in una società davvero multiculturale, giocare sul filo delle provocazioni di un linguaggio scorretto, temperato dalla giusta dose d'ironia e leggerezza, sia un antidoto liberatorio alla vera intolleranza. Quella che nasce dal non comunicare affatto. DVD Caratteristiche tecniche
Formato video: 2.40:1
Formato audio: italiano e inglese Dolby Digital 5.1
Sottotitoli: italiano, inglese, ebraico, islandese, arabo, italiano e inglese per non udenti
Il film, proposto in versione DVD da Warner Home Video, è caratterizzato da un comparto video buono ma non ai massimi livelli. I primi piano sono dettagliati, ma nelle scene più movimentate e negli sfondi mostra qualche lieve imperfezione, problema accentuato dalla compressione.
Il sonoro è buono soprattutto nei dialoghi, mentre mostra qualche limite per quanto riguarda la dinamicità del suono, spesso deludente.
Contenuti speciali
Manning the Wheel
Gran Torino: più che un'automobile
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