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Gli Intrighi Del Potere Recensione

"Gli Intrighi Del Potere" recensioni

Scheda Film
Gli Intrighi Del Potere
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-03-23 10:43:46
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

Un montaggio ardito, inerpicato sui flash-back e collegato dai miracoli elettronici, non basta a snellire un percorso in fin dei conti ripetitivo, inutilmente puntiglioso, in alcuni tratti persino soporifero. Anche se meno enfatico degli ultimi titoli, Nixon è pur sempre un kolossal dedicato alla smisurata ambizione del suo artefice; convinto, come sempre, di poter catturare dei personaggi il minimo umore nascosto e, insieme, il massimo della platealità esibizionistica. Tutto il film ribatte su di una figura patetica, ossessivamente tesa più a "non perdere" che a vincere, flagellata dai complessi di colpa, pessimisticamente certa che il Potere sia un male necessario e il Sistema un indomabile "animale selvaggio" (come gli dice una hippie che presidia il Lincoln Memorial nel corso di un suggestivo faccia a faccia notturno, realmente accaduto nel corso delle proteste pacifiste nella Washington del 1970). (Il Mattino, Valerio Caprara, 21/2/96) Peccato che questo ambiziosissimo, sfaccettato, allucinato "biopic" sia anche - sotto sotto - monotono. Con tutte le sue piste, con tutti i suoi livelli di montaggio (come in Jfk Stone contamina fiction e documento, cinema e video, invenzione e realtà, ma qui se ne sente poco il bisogno), Nixon resta infatti lontano dalla "tragedia contemporanea" cui Stone fa alludere Breznev e Kissinger. E nonostante le sue dimensioni resta un colossale abbozzo. (Il Messaggero, Fabio Ferzetti, 1/4/96) Primo errore l'interprete, Anthony Hopkins. Con tutto il parrucchino e i denti finti, con tutta la bravura, Hopkins non somiglia a Nixon, non parla né si muove come Nixon, non risulta un Nixon credibile: non è questione di somiglianza fisica, ma dell'impossibilità naturale e culturale di ricreare attraverso un distinto attore inglese di scuola la volgarità piccoloborghese da politicante americano del personaggio. Secondo errore, il punto di vista. Stone fa dire a Nixon quanto i suoi critici dicevano di lui, attribuendogli un'autoanalisi spietata: "Mi odiano, mi hanno sempre odiato", "Quando gli americani guardano Kennedy si vedono come vorrebbero essere, quando guardano me si vedono come sono". Ma se Nixon avesse coltivato una simile consapevolezza di sé, se avesse avuto una tale sfiducia in se stesso e sensibilità, non sarebbe mai stato un politico arrogante, un Presidente autoritario, e neppure il vincente che fu per la maggior parte della sua vita pubblica. Primo merito del regista, aver avuto l'idea d'affrontare questo personaggio proprio adesso che circolano nella politica internazionale tanti suoi eredi o imitatori, e che i candidati del partito repubblicano sono in lotta elettorale per la Presidenza americana. Stone ne traccia un ritratto mitizzato, oscillante tra abiezione meschina, abissi nevrotici e tragicità shakespeariana, esaminandolo dal 1972 del Watergate al 1974 delle dimissioni con frequenti flash back nel passato e con fedeltà storica soltanto parziale. Secondo merito di Stone, la sua maestria registica, spuria ma innegabile. " riuscito ad animare l'inerte materia verbale, a dare all'insieme una certa dinamicità, con idee di regia, trovate, espedienti, cafonate efficaci: lampi di autentici documenti di cronaca d'epoca e di falsi documenti in bianconero, nuvole vaganti, citazioni televisive, bandiere a stelle e strisce, severe apparizioni della statua di Lincoln, immagini sovrapposte o sghembe, cori patriottici. Quanto a Nixon, era una figura talmente tragigrottesca, che neppure Oliver Stone l'esagerato arriva a fare meglio della realtà. (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 1/4/96) Rapportati a una drammaturgia più "classica" che innovativa come quella sottesa al film, straordinari appaiono i visi rimodellati da Stone: il Nixon di Anthony Hopkins, con il groviglio di rughe sotto cui lo sguardo si spegne e chiede aiuto, e la straordinaria Pat, sua moglie (Joan Allen). Più che Nixon, l'uomo che temeva soprattutto se stesso, Oliver Stone "maltratta" gli altri capi del mondo (un pettegolo Mao, un Breznev che al modo di un sensale si frega le mani) e coloro che circondano il presidente come il perfido Kissinger (Paul Sorvino), pronto ad assecondare le "manie" (così egli le considera) di un uomo che aveva un codice ma non seppe interpretarlo. (Avvenire, Francesco Bolzoni, 19/4/96)

Copyright © Cinematografo 2006.



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