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Copyright © Cinematografo 2009.
Stralci di vita quotidiana
Bologna, 1954. Taddeo è un ragazzo di 18 anni che vive con la mamma e il nonno, ma il mondo in cui vorrebbe entrare a far parte è quello racchiuso fra i muri del Bar Margherita. Qui, un gruppo di uomini, o sarebbe meglio definirli personaggi, passa le sue giornate tra scherzi, biliardo e storie di conquiste. Attraverso gli occhi del ragazzo, Avati racconta uno spicchio di mondo degli anni Cinquanta, un singolare gruppo di amici: il punto di arrivo, e di partenza, per il giovane Taddeo che, grazie a uno stratagemma, riuscirà a diventare l'autista di Al, il frequentatore più carismatico del Bar. La storia corale, raccontata dal regista, si incanala ben presto su due binari che seguiranno le avventure di due personaggi, con gli altri a servire il contorno...
Tra satira e nostalgia
Pupi Avati mostra, in questo film, la fotografia di una Bologna d'annata, la sua città, quella della sua giovinezza. Uno sguardo fra la satira e la nostalgia, che non tralascia di mostrare i limiti di una società maschilista e, a tratti, misogina.
Il regista riesce nell'intento di creare un effetto "amarcord" condito da battute spesso divertenti, senza però raggiungere un amalgama densa e compatta. Nel suo lavoro, infatti, tutto procede un po' a sprazzi, come un elastico che continua a estendersi e ritirarsi. I personaggi sono ben caratterizzati - anche se a volte eccessivi - e dai contorni definiti, ma non riescono veramente a trovare una loro caratterizzazione come gruppo, alla Amici miei, ad esempio.
Così anche le prove degli attori, bravi nel loro universo individuale - da Abatantuono, sempre simpatico, a Marcorè, perfetto nella parte del complessato; dal folle Lo Cascio a De Luigi, sempre più a suo agio nelle vesti di attore - ma poco naturali in quelli di 'combriccola”.
Il film non manca di ritmo: i tempi comici sono ispirati, le gag divertenti, c'è spazio anche per le riflessioni. Eppure alla regia e alla sceneggiatura manca quel sottofondo morbido e dal gusto agrodolce che si sarebbe accompagnato perfettamente con la fotografia, i costumi e le scenografie che caratterizzano, in modo impeccabile, il film, e che lasciano in bocca allo spettatore il sapore dei tempi che furono.
Un'opera riuscita a metà: come una fotografia che ritrae un bel soggetto non perfettamente a fuoco.
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"Vogliamo rischiare. Anche quando ambienta le sue storie nella sonnacchiosa, apparentemente amichevole, Bologna anni 50, quella della sua adolescenza, Avati cova lo spirito 'gotico', un po' inquietante, che ne ha fatto l'autore di ottimi horror. E' la versione nostrana, felsinea, di quello che un discepolo di papa Freud, Otto Rank, definì il 'perturbante': l'in-famigliarita del famigliare, l'elemento inatteso che, d'improvviso, entra nella rassicurante quotidianita e la stravolge, Solo Avati, nel nostro cinema, sa mostrarlo così bene, insinuando una sottile inquietudine nelle situazioni più quotidiane, più normali. Poi la vita va avanti, riprende il suo corso: il regista distanzia gi eventi con la cornice del racconto che li purifica, e col correttivo dell'humour, il migliore ritrovato di sempre contro l'emotivita. Senza permettere, però, che tutto torni come prima; ma lasciando che un piccolo disagio resti lì, latente. Fino al prossimo film." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 aprile 2009) "Gli antipatizzanti diranno che il regista emiliano si ripete, che e regressivo, non giudica, non sceglie, si limita a rievocare e probabilmente abbellire quei personaggi, le loro vite, la loro mentalita oggi superata (ma ne siamo così sicuri?), senza aprire nuove prospettive nemmeno alla luce della distanza storica. Chi sta al gioco apprezzera queste variazioni sul tema senza troppe pretese per il senso dei dettagli, il brio del racconto, l'affiatamento del cast. E soprattutto la coesistenza beffarda di sorriso e crudelta che inchioda ogni personaggio alle sue piccole ossessioni, alle sue patetiche incapacita. O a un destino segnato dal gusto misogino e goliardico per la bravata." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 aprile 2009) "La struttura del film e volutamente aneddotica, il problema e che molti aneddoti non sono originalissimi e I'Amarcord, per dirla alla Fellini, non diventa profumo di un'epoca. Gli attori sono mediamente bravi, ma hanno l'aria di essersi divertiti più di noi spettatori." (Alberto Crespi, 'L'Unita', 3 aprile 2009) "Dovendo servirsi di Laura Chiatti, con la sua pessima dizione, Avati ha l'accortezza di farne un personaggio etnico, onde giustificarne la pronuncia per nulla bolognese. Gianni Cavina ha trovato costumi - i pantaloni a vita altissima - che esprimono la sua eta e l'ineleganza di allora più dei comportamenti lubrichi. Si rivede anche Claudio Botosso, che in 'Impiegati', sempre per Avati, aveva dato una bella interpretazione. Katia Ricciarelli si conferma ottima caratterista. Luigi Lo Cascio si libera dell'immaginetta che si era costruita addosso, quella di un Berlinguer in sedicesimo: e un bene; ma ride, ride, ride e va sopra le righe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 3 aprile 2009) "Il filtro della memoria in Avati funziona speciale e paradossale. Se il piccolo mondo antico del Margherita e proposto in modo caldo e umoristico: se la Ranieri e la prostituta Laura Chiatti, che fa innamorare Marcore, irradiano un fascino femminile irresistibile e senza tempo, la chiave del film, lungi dall'essere nostalgica, e quella di uno sguardo che, partendo dal disincanto, ricava una visione affettuosamente assolutoria della natura umana." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 3 aprile 2009)
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