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Eroe per caso
Un ragazzo, dopo aver fatto catturare casualmente uno stupratore, si convince di essere un giustiziere e di dover liberare la sua città dai malvagi. Ma la realtà non è un fumetto, e la vita del supereroe non è così semplice...
La via della giustizia
Adam è un ragazzo qualunque, abitante di un tranquillo paesino vicino New York. Svogliato, amante del quieto vivere e senza veri interessi, lavora in una rosticceria e passa il suo tempo con gli amici, vivacchiando senza patemi. La sua vita, così mollemente instradata sulla via della mediocrità, viene stravolta da alcuni eventi imprevisti: la morte di un'anziana donna investita da un'auto sotto ai suoi occhi, il licenziamento, la cacciata di casa, e infine il pestaggio immotivato di un passante qualsiasi, che si rivela essere un pericoloso stupratore. Improvvisamente diventato un eroe cittadino, Adam sogna di poter essere un giustiziere, un combattente a servizio della comunità.
Gardener of Eden parte da queste premesse per costruire una storia suburbana di quotidiana violenza, in cui la legge è elastica e il mantenimento dello status quo è l'unico vero obiettivo collettivo. Il parallelismo con i supereroi dei fumetti è chiaro ed esplicito. Respinto dal Sistema, che nemmeno gli consente di diventare poliziotto, Adam cerca di uscirne, facendosi vendicatore notturno e solitario. Ma nei fumetti l'eroe ha il permesso di vivere fuori dalla società, perché è diverso dagli altri uomini, che chiedono il suo aiuto semi-divino nei momenti di crisi. Adam, invece, non può permettersi di ignorare il Sistema, con la esse maiuscola, e nemmeno il sistema più piccolo dei suoi amici e conoscenti, che lo emarginano non appena comincia a comportarsi diversamente dal solito. L'eroe vero, quello senza costume e senza poteri, è guardato con sospetto, quando non con aperta ostilità o derisione.
Adam usa la violenza supereroistica partendo dai presupposti sbagliati, per profitto personale, per autocompiacimento, per dare uno scopo a una vita altrimenti svuotata di senso, dove i valori fondanti faticano a sopravvivere alle grandi guerre combattute per difenderli: la Seconda Guerra Mondiale del nonno e il Vietnam del padre, veterani impantanati in un tempo passato e non più replicabile. Adam cerca una guerra da combattere, senza capire che il tempo presente è fatto di sfumature e piccole trasgressioni, mentre il regno degli assoluti si trova solo sugli albi illustrati. Specie nella piccola provincia, dove Spider-Man non potrebbe appendersi a nessun grattacielo e dove Batman dovrebbe parcheggiare la batmobile di fronte a una casetta con giardino.
Il percorso narrativo, con finale parzialmente a sorpresa, non denuncia tanto l'assenza di eroi, quando piuttosto l'impossibilità della loro esistenza reale, malgrado gli sforzi e i buoni propositi.
La sceneggiatura di Adam 'Tex” Davis lascia dunque spazio per qualche riflessione interessante, ben incarnata da un protagonista (Lukas Haas) che riesce a essere insieme sfigato e minaccioso, inetto e determinato. I singoli dialoghi non fanno gridare al miracolo, ma l'idea di iniziare con un'atmosfera alla American Pie, fra battute goliardiche e cazzeggio, sottolinea con efficacia il cambio di passo della seconda parte, più oscura e frustrata.
Peccato che la regia non riesca ad andare oltre il compitino: Kevin Connolly dirige con mano salda un buon cast, con un Giovanni Ribisi ormai collaudato per ruoli come quello dello spacciatore Vic, ma le inquadrature e il montaggio sono funzionali, e nulla più. Manca, insomma, un guizzo stilistico in grado di dare forza visiva a riflessioni non banali, ma che senza una messinscena adeguata potrebbero risultare per qualcuno un po' pesanti e alla lunga ripetitive.
Gardener of Eden rimane complessivamente un film godibile, con qualche ottimo spunto di base, anche se la resa finale non riesce a esprimere al meglio tutto il potenziale della storia.
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"Dall'andamento iniziale di commedia, 'Gardener of Eden' vira gradualmente verso il dramma - ma restando indeciso sul tono da tenere - poi scivola in un epilogo truculento. Più inaspettato che sorprendente." (Roberto Nepoti, la Repubblica', 20 giugno 2008) "Purtroppo e un telefilm che non rende giustizia degli alti temi sociali, primo tra tutti quello attualissimo della sicurezza, imbanalendo il tutto con fattura da B movie alla Ferrara prima maniera, da un regista anche banale nel nome, Kevin Connolly. Il protagonista Lukas Haas con l'espressione subito patologica non aiuta: era il bambino di 'Witness' e da allora non e migliorato: certo lo supera il villain Ribisi e una schiera di ragazzacci da gioventù post bruciata." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 giugno 2008) "Presuntuoso e inconsistente dramma social-poliziesco che gira a vuoto nelle vie buie della provincia americana e attorno ai tormenti esistenziali dell'inerte bamboccione Lukas Haas molesta voce narrante. (...) Il finale? Loffio come pochi. Occhio a una battuta, rimasta per negligenza dei traduttori, perla di umorismo involontario: 'Mona, che nome eccitante'." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 20 giugno 2008)
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