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"C'e una bella congiura di talenti all'origine di 'Flags of Our fFthers': Clint Eastwood regista, Paul Haggis (Oscar per 'Crash') sceneggiatore, co-produttore Steven Spielberg, che sulla seconda guerra mondiale aveva dato gia il suo punto di vista in 'Salvate il Soldato Ryan'. (...) La prima parte del film che mette in scena lo sbarco degli americani sull'isola, e caratterizzata da una regia ampia e solenne, ma allo stesso tempo semplice e ad altezza d'uomo: nello stile di un John Ford, del quale certe inquadrature ricordano i documentari di marina girati proprio durante la guerra. Dove Clint si dissocia, implicitamente, dal grande predecessore e invece nell'atteggiamento di fronte alla leggenda. Ne 'L'uomo che uccise Liberty Valance' Ford sostiene che, ove la leggenda sia più bella della realta, deve prevalere la leggenda. Lui, però, celebrava la nascita di una nazione, mentre Clint sconta il disincanto e l'amarezza di un'epoca che ha imparato a diffidare delle leggende. E non e difficile leggere in controluce l'allusione a Bush, quando spinge sul pedale del patriottismo per mandare gli americani a combattere guerre sbagliate. I soldati di Eastswood non si battono per una bandiera o un'idea astratta, ma per proteggere chi condivide il loro destino di sofferenza e di morte. Tutto interno alla tradizione umanista del cinema americano 'Flags of our fathers' ha il suo punto debole nella tendenza alla ripetitivita e si smarrisce, a tratti, nei flashback a catena dislocati su troppi piani temporali. Però, il messaggio resta forte e chiaro." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 novembre 2006) "E' il lato più vistoso del film: la propaganda. Quando quella foto finisce su tutti i giornali Usa, il governo piegato dallo sforzo bellico decide di usarla per una colossale campagna a favore dei buoni di guerra. Ed ecco i soldatini rimpatriati e spediti in giro per l'America tra feste, stadi e majorettes a ramazzare quattrini. Soffocando i sensi di colpa per i compagni rimasti a morire laggiù, e la vergogna per un titolo usurpato. Perche 'gli eroi in realta non esistono'; e perche loro piantarono solo la seconda bandiera, a sostituire la prima, più piccola. Ma la prima foto era meno potente, inoltre quei soldati sono tutti morti. Così il ruolo tocca a loro. Con conseguenze devastanti specie sul soldato pellerossa. Protagonista occulto che prima assaggia il razzismo quotidiano degli americani. Poi, a guerra finita, scende tutti i gradini dell'emarginazione per morire povero e solo. Chissa, forse stringendo su di lui il film sarebbe risultato più emozionante. Così, tra flashback e insistenze, Eastwood appare meno potente del solito. Ma lascia il segno nelle scene di guerra, da non paragonare a 'Salvate il soldato Ryan' (Spielberg co-produce) poiche seguono un principio opposto. La protagonisti erano pur sempre i soldati. Qui sono le cose, i cannoni, i mitra, o i blindati colpiti dai mortai, a dominare la scena. Gli uomini, gia figurativamente, sono dettagli, teste mozzate, corpi travolti dai cingoli o abbandonati nell'immensita dell'Oceano. Prospettiva raggelante quanto, temiamo, esatta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 novembre 2006) "Un film solido, rifinito e a tratti anche spettacolare: eppure non all'altezza delle ultime opere di Clint Eastwood, ormai riconosciuto come uno dei capiscuola di Hollywood. 'Flags of Our Fathers' ('Le bandiere dei nostri padri') sceglie come protagonista la fotografia dei sei soldati che il 23 febbraio del '45 innalzarono la bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi a Iwo Jima. (...) Tralasciando l'aneddotica desunta dall'omonimo romanzo-verita, si nota subito come le fasi spettacolari, ancorche intense, paghino pegno allo Spielberg di 'Salvate il soldato Ryan', come le sequenze delle (vere) testimonianze dei reduci spezzino il ritmo del film e lo rendano spesso farraginoso e come gli attori scontino la mancanza di carisma. Eastwood e ovviamente in grado di giocare sui chiaroscuri psicologici - supportati a dovere dalla fotografia decolorata di Tom Stern -, ma il tema del cosa i padri hanno saputo trasmettere ai figli sembra appartenere solo in parte alla sua cifra poetica. Indeciso tra la mitologia collettiva e le catastrofi personali, il film trova l'empito dell'emozione solo nell'asciuttezza patriottica, negli scorci quotidiani e nei rendiconti del destino 'fuori scena'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 novembre 2006)
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