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Fine Pena Mai Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-28 08:00:00
Provider
Cinematografo
Recensione
49 anni di carcere nell'isolamento dell'Asinara. Tra calcinacci caduti, sbarre, mare ed ore immobili. Per i reclusi in regime di 41 bis la condanna è una stasi senza tempo nè spazio. Le prime sequenze di Fine pena mai di Barletti & Conte (tra i fondatori della Fluid Video Crew) sono immagini di una sparizione. Il protagonista, il gangster Antonio Perrone, è messo fuori campo insieme alla voce narrante. Destinato a ripetere una fine uguale a se stessa. Senza fine. Stacco e nastro riavvolto. Dalla coda agli inizi, secondo una consueta scansione del gangster-movie americano (qui ampiamente saccheggiato). Ritroviamo il protagonista - un disadattato Claudio Santamaria - muovere i primi passi tra sniffate di coca, sacchi di eroina e pistole. Immancabile coté familiare con moglie complice/vittima (Valentina Cervi), e figlio a carico. Il resto è progressiva ascesa e brusca caduta di un "apostolo dell'edonismo". La prima volta in carcere, la perdita degli amici, l'affiliazione a quelli che contano, la Sacra Corona Unita che in pieni anni '80 gestiva tutto il malaffare pugliese. Quadri antropologici di un Salento rimosso, lontano da vulgate agiografiche e spiato nel suo cuore di tenebra. La parte più interessante del film, quella che meglio tradisce la vocazione documentaristica e, a tratti, perturbante, del duo di regia (già autori del grottesco docu-fiction Italian Sud Est). Il resto è routine, anzi clichè. Con alcune sequenze ricalcate sui grandi capolavori scorsesiani e citazioni sparse dallo Scarface di De Palma. E poi luoghi, facce e violenza comuni al cinema di genere, ma filtrati da uno sguardo atipico. E inadeguato. Come la scelta di trattare "oggettivamente" un impianto diegetico incentrato sul protagonista e in soggettiva. O il travaso non richiesto di vezzi autoriali (molte verticali e piani lunghi) e (troppe) parole in libertà in un meccanismo che dovrebbe essere più fluido e serrato. Anomalie che pregiudicano l'identificazione del pubblico e infilano nel congelatore una materia scottante. Fino allo straniamento e alla noia. Liberamente ispirato al romanzo autobiografico Vista d'interni di Antonio Perrone. Musiche originali dei Brutopop.

Copyright © Cinematografo 2008.

Scheda Film
Fine pena mai
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-29 12:02:31
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Il cinema italiano: molti spunti, tutti uguali

Il cinema italiano, si sa, ha la grande capacità di produrre moltissime idee, di avere moltissimi spunti, ma tutti uguali fra di loro. In questo filone si inserisce Fine pena mai, lungometraggio che segna l'esordio nella fiction dei documentaristi Conte e Barletti.

L'ennesimo film italiano sulla mafia, la 'quarta” mafia in questo caso, la Sacra Corona Unita pugliese. L'ennesimo film su un malavitoso, su un criminale mai redento, al massimo gonfio di rimpianti. L'ennesimo film italiano su un sud sgarrupato, tosto, difficile, che offre un ventaglio limitatissimo di scelte di vita.

Perché fare un film del genere? Un altro film ai confini del cinema di genere, che cerca di avere una qualcerta funzione sociale ed educativa attraverso il racconto di uno dei tanti spaccati della storia nascosta dell'italica gente?

I due registi, Davide Barletti e Lorenzo Conte, trovano la risposta di questo 'perché” traendo la storia dal libro Vista d'interni, diario di un ergastolano che si mette a nudo e scoperchia il vaso di pandora della malavita organizzata. Ne risulta una pellicola volutamente fredda, che non riesce a coinvolgere ed emozionare, che non crea nessun patos né immedesimazione con i protagonisti.

Una storia superficiale

La storia viaggia a metà strada fra Romanzo criminale di Placido e il taglio documentaristico de In un altro paese, bello spaccato documentaristico su mafia e affini: ma il rifiuto di una posizione precisa lascia il film in sospeso. Lo script e la messa in scena astraggono, rendono sfuggenti i contorni. I rimpianti di un grande boss del salento, il suo 'sprecare la giovinezza” in un carcere di massima sicurezza, relegato all'estremo rigore che si riserva ai leader della malavita organizzata, sono senza senso, senza scopo, senza redenzione ma anche senza disperazione; il film così si disunisce, la sceneggiatura stessa lavora per strappi, per accelerazioni, costantemente in cerca di una scena madre che non arriva mai.

Si nota anche la mano dei registi, in bilico fra due autorialità distinte, che non permettono di focalizzare i contorni narrativi ed espressivi.

Alcune frecce al proprio arco, nonostante tutto, il film le possiede: un'ottima scelta delle musiche, qualche scena davvero ispirata (su tutte quella dell'arresto), una coppia di attori, Santamaria e la Cervi, di altissimo livello. Ma l'approccio asettico, imparziale, viene mal sviluppato, e Fine pena mai appare così semplicemente superficiale. Peccato, perché il duo dietro la macchina da presa fa intravedere momenti di talento e di buon cinema; attenderemo la loro prossima prova.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.



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