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"Naturalmente le buone cause non sempre fanno i bei film, anzi. Difatti 'Fast Food Nation' è un volantino forse utile ma certo frettoloso che sceneggia l'inchiesta di Schlosser distribuendola in una serie di vicende parallele risapute, benché di sicuro impatto e interpretate da un cast ricco di bei nomi anche in piccoli ruoli. Ogni personaggio un messaggio dunque, ogni scena una spiegazione. (...) Sarebbe anche bello che tutto suonasse vero, profondo e sfaccettato, oltre che documentato, come dovrebbe essere in un film. Ma forse pure Linklater ha fretta, così i suoi molti personaggi restano semplici portaparola di un film puramente illustrativo. Che qua e là scivola anche nel sensazionalismo facile: vedi la lunga sequenza finale nel mattatoio, con gli animali decapitati, squartati, sezionati, spellati, dissanguati etc. Immagini-choc, certo, ma come quelle di qualsiasi mattatoio, in ogni epoca e paese. Per non parlare dell'ingenuità dei personaggi, tutti, americani o messicani, novelli 'Candide' sguinzagliati a stupirsi e a soffrire per le brutture del mondo. D'accordo sul messaggio anticonsumista e filovegetariano, ci mancherebbe. Ma forse un film così stava meglio fuori concorso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2006) "'Fast Food Nation' dell'americano indipendente Richard Linklater, ispirato al bestseller di Eric Schlosser, mette sotto plurima e feroce accusa le multinazionali dell'hamburger. Questa è la prima, interessante notizia; la seconda, però, è che la commedia a metà strada tra il documentario e la finzione vale assai poco. (...) Il modesto regista d'avanguardia dimostra, a conti fatti, di non interessarsi più di tanto all'obesità dilagante tra la popolazione e di puntare, piuttosto, al solito anatema fazioso contro le leggi sull'immigrazione, i neoconservatori di Washington, le metropooli disumane, il carovita, l'aumento del costo del carburante, i centri commerciali, il consumismo come male assoluto e chi più ne ha più ne metta... S'accomodi chi gradisca, magari confortato dalle reboanti dichiarazioni di Linklater al termine del (poco) applaudito passaggio in concorso: 'Le industrie, con in prima fila la Mc Donald's, volevano controllare le immagini che stavamo girando, non ne erano certo contente'. Nel finale irrompono anche le sensazionalistiche immagini di un mattatoio e della morte scientifica (sic) di centinaia di animali terrorizzati: 'Sono scene forti, lo so, ma non potevamo non metterle e comunque credo nel potere del cinema e nel fatto che si debba mostrare alla gente quello che c'è dietro i prodotti'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2006) "Linklater ha girato il film in segreto e a bassissimo costo, per non attirare l'attenzione dell'industria alimentare e delle autorità politiche: categorie di cui denuncia le connivenze senza giri di parole. (...) Il pamphlet di Richard, insomma, picchia sodo in più direzioni. E se è vero che 'siamo quel che mangiamo', sarà meglio, d'ora in avanti, pensarci bene prima di addentare un hamburger."(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 maggio 2006)
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Vite da fast food
Le esistenze di vari personaggi si intrecciano nella cittadina di Cody, in Colorado, dove lo stabilimento della UMP prepara la carne di manzo da vendere alle catene di ristorazione: a condurre la vicenda è Ed, marketing executive di Mickey's (fast food diffuso su scala nazionale), impegnato in una indagine che lo condurrà a sgradevoli scoperte attorno alla UMP; Amber, invece, è un'adolescente che lavora presso il Mickey's di Cody, ma i discorsi dello zio e di alcuni coetanei la spingeranno a lasciare il suo impiego con una nuova coscienza civile. Intanto un gruppo di immigrati clandestini ha varcato la soglia fra Messico e Stati Uniti, e la gran parte di loro si troverà costretta a farsi assumere dalla UMP in condizioni di scarsa sicurezza e scarso rispetto…
Il cheesburger globalizzato
Per adattare il libro di Eric Schlosser (Fast Food Nation: il lato oscuro del cheesburger globale, edito nel 2001) Richard Linklater ha scelto di raccontare storie fra loro parallele, ma tutte diversamente legate all'industria della ristorazione. In una sorta di film corale – comunque lontano dal modello di Altman – assistiamo alla vita di personaggi che rappresentano le varie componenti di tale industria: dall'allevamento dei bovini al trattamento della carne, dalle strategie di marketing delle corporation fino alla vendita del prodotto finito. Linklater non usa mezzi termini, anzi colpisce letteralmente allo stomaco con immagini crude e terribili, acuite dalla consapevolezza che si tratti di pura realtà, e con storie oscillanti fra il dramma sociale (persone costrette all'espatrio clandestino per sopravvivere) e i dilemmi esistenziali (persone interne al sistema che si pongono dubbi sulla sua legittimità); il risultato possiede una notevole forza suggestiva e, trattandosi di un prodotto di finzione, riesce ad apparire meno freddo e più efficace di molti documentari – scontato il paragone con Super Size Me, interessante nei contenuti ma privo di un qualunque valore cinematografico. Certo, anche in Fast Food Nation i contenuti sono più importanti della struttura filmica: eppure Linklater gestisce discretamente il racconto corale (nonostante perda di vista Greg Kinnear, a un certo punto) e la pellicola, nel suo impegno civile, non manca di sincerità.
A tratti didascalico – i personaggi sembrano parlare al pubblico più che fra loro – ma comunque necessario perché indugia su tematiche di interesse universale, il film è impreziosito da un cast di bravi attori, con molti ospiti illustri a cui tali argomenti parrebbero stare molto a cuore; peccato, però, che la versione italiana oscuri la loro recitazione doppiando indiscriminatamente sia il parlato in spagnolo, sia il parlato in inglese.
Scritto dallo stesso Linklater insieme a Eric Schlosser.
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