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L'accumularsi degli eventi e magari l'intenzione degli autori fa sì che la protagonista rimanga un'astante o una passante, un puro recipiente senza idee proprie né personalità definita, e ne soffre la recitazione di Margherita Buy, smarrita, inerte. I ricchi genitori della protagonista assistono alle veloci mutazioni della figlia con un passivo misto di stupefazione, indulgenza e rassegnazione che, ripetendosi a ogni occasione, diventa monocorde: ma Philippe Noiret e Aurore Clement sono attori tanto sperimentati da non risultare mai veramente fuori posto, mentre il più convincente è Lello Arena che recita il personaggio d'un calabrese (detto dai milanesi Calabrone) per anni innamorato frustrato della protagonista che ne sfrutta l'affetto e la bontà. La storia tratta da un racconto di Pontiggia è puntellata da una voce narrante fuori campo e da cartelli indicanti luoghi o date; gli inserimenti di materiali estranei (immagini del college inglese eccetera) sono molto evidenti. (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 23/12/95) " Veramente imbarazzante registrare come l'umorismo a retrogusto amaro, l'ironia sferzante, la vena grottesca di Monicelli producano risultati così fiacchi. Il team dei vecchi leoni (regista e sceneggiatori) sicuramente non ha più la freschezza e la grinta di un tempo, ma i materiali narrativi trattati e gli scenari rappresentati sono insidiosi: lo sguardo di Monicelli sul '68 e gli anni Settanta non è certo tenero, ma alcuni comportamenti, linguaggi e ideologie oggi fanno ridere di per sé, il corteggiamento irriducibile di Lello Arena è goffo, certi spunti polemici di attualità (il bambino di colore di Claudia, la figlia Eleonora che sposerà il nipote di Bossi) sono innocui, la rappresentazione ridicola del Duemila oscilla tra la parodia e la fantascienza italiana impegnata negli anni Settanta. Sarebbe stato meglio puntare sulla coralità, anche perché Margherita Buy, attrice sopravvalutata, non ha la statura per rendere credibile un'eroina testimone del nostro tempo. (Il Mattino, Alberto Castellano, 29/12/95) Malgrado l'indubbia professionalità e accuratezza Facciamo Paradiso è, alla fine, un film irrisolto. Nello stesso tempo "troppo" (troppi anni, troppi personaggi, troppe mode) e troppo poco per assumere il significato esemplare cui, verosimilmente, aspirava. (La Repubblica, Roberto Nepoti, 24/12/95)
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