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"Come è bello far l'amore da Trieste in giù, ispiratissimo dalla cronaca, geograficamente polimorfo, popolato da una folta e agguerrita schiera di 'anonimi' caratteristi, il film è più spiazzante di quanto si potesse pensare, ci si aspettava un'interminabile sequela di oscene sequenze cult e invece traspare un'Italietta che, nonostante il titolo, è un 'paese senza' più annoiato che assatanato, più assuefatto che arrapate". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 2 marzo 2001)
"Il modello dei film a episodi degli anni '60 e '70 è imitato con una consapevolezza quasi filologica dai fratelli Vanzina. Con una differenza, però. Di film in film, gli intelligenti fratelli sembrano procedere sempre più verso una sorta di schizofrenia. Perché rappresentano un popolo italiano incolto e qualunquista, totalmente dipendente dalla quotidiana idiozia televisiva da cui mutua modelli, ideologia, divismo di basso profilo e aspettative per il futuro. E perché, in fondo, proprio a un pubblico di quel tipo i loro film si indirizzano. Quasi che i Vanzina covassero una specie di rabbia, un disprezzo per ciò che fanno rimasti sempre estranei ai film, anche quelli più 'alimentari',di Risi". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica, '19 marzo 2001)
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