Vuoi le news di Yahoo! Entertainment sul tuo cellulare? Clicca qui
Trama
Michael Burrows (Joseph Fiennes) è un poliziotto che ha da poco perso il lavoro. E' specializzato nello studio della personalità umana. La sua ossessione nei confronti degli Awards lo spinge a crearsi un hobby: stilare un profilo psicologico di questi individui vincitori dei Darwin Award. A Michael Burrows, che di natura è una persona avversa al rischio, viene affiancata Siri Taylor (Winona Ryder), un'investigatrice che lavora per un'agenzia di assicurazioni e che al contrario di lui è il tipo che non allaccia mai le cinture di sicurezza. I due protagonisti iniziano le loro ricerche per indagare su alcune di queste incredibili leggende urbane.
Commento
E' un piccolo gioiellino questo "The Darwin Awards". Uno di quei film che sembrano non avere nè capo nè coda, basati su un'idea bizzarra sviluppata per immagini e suggestioni successive (non a caso possiamo parlare abbastanza legittimamente di film a episodi), ma che nascondo un'intelligenza inaspettata.
Alla base di tutto c'è la curiosità e l'interesse per questi premi, dati su internet a persone morte (davvero o per finta, difficile scoprirlo) nelle circostanze più strane, a seguito di decisioni totalmente assurde a mente fredda, ma plausibilissime in un certo contesto (o magari sotto l'effetto di qualche droga!).
Il protagonista, interpretato da Joseph Finnies, intraprende un viaggio (lui che non è mai uscito dalla sua città) proprio per correre dietro a questi incidenti a metà fra il tragico e il ridicolo, con la speranza di trovare un nesso, un filo conduttore che possa prevederli e magari impedirli.
Ad accompagnarlo la bella Siri (Wynona Ryder) che, al contrario di lui , non sembra ossessionata dalla sicurezza e dalla programmazione degli eventi, vive più alla giornata (per chi l'avesse visto, la dinamica tra i due ricorda molto il simpatico "E alla fine arriva Polly" con Ben Stiller e Jennifer Aniston). Tra di loro (e con loro, dietro di loro, e intorno) un aspirante regista, un ragazzo che gira un documentario sulla vita di Michael, cercando di ricavarne un ritratto fedele e neutrale.
Il vagabondare dei personaggi, come accennato, dà vita a un film a episodi, diviso in base ai vari casi che l'ex investigatore si trova ad esaminare. Per ognuno viene costruito un flash-back, che in parallelo con la mente di Michael ricostruisce le dinamiche dei vari incidenti, mostrandoci la loro comicità e assurdità. Dal punto di vista dell'effetto puro e semplice siamo di fronte a un film complessivamente divertente: le battute di dialogo non sono trascendentali, ma sono tutte gestite con buon ritmo, così come la rivisitazione dei vari incidenti, che riescono a divertire pur lasciando quella necessaria punta di amaro in bocca (sempre di morti parliamo...) Finnies e la Ryder fanno il loro onesto lavoro, e soprattutto il primo riesce a costruire un personaggio certamente un po' inverosimile ma che si fa ben volere.
E se ci fosse di più?
Sei il film si fermasse a questo, saremmo semplicemente di fronte a un simpatico intrattenimento basato su un'idea originale. Niente di meno e niente di più. Fortunatamente però c'è anche un secondo livello di analisi, che ruota attorno alla figura del giovane cineasta. Il film alterna costantemente le inquadrature del regista "vero" (cioè le immagini del film) con quelle girate dal personaggio del laureando (indicate esplicitamente da alcune linee bianche che contornano lo schermo). La natura di questo regista interno al film è particolarmente ambigua, perché oggetto di contraddizioni troppo palesi per essere semplici errori.
Il ragazzo ha una sua fisicità, e per quanto ci sia nascosto per buona parte del film riusciamo comunque a scorgerne il volto. Il problema è che teoricamente questo personaggio accompagna sempre Michael e Siri, ma in molti casi fa riprese che non gli sarebbero possibili (perché presupporrebbero la presenza di più macchine da presa in posizioni diverse), e in alcuni momenti semplicemente sparisce: durante uno dei viaggi in macchina, ad esempio, scompare, la camera posta sul cofano riprende sotanzialmente tutto l'interno dell'auto, e lui è assente. Ovviamente ricompare come se niente fosse qualche inquadratura più tardi. Come si diceva, questi non sono errori: c'è dietro un intento poetico nemmeno troppo nascosto, che fa coincidere il personaggio del regista col regista reale, e in definitiva col cinema stesso e il suo approccio (o uno dei suoi possibili approcci) nei confronti del mondo esterno. La storia dell'audiovisivo è piena di film che riflettono sulla natura, gli scopi, la funzione dell'immagine, e questo è certamente uno di essi.
Si potrebbero fare molte riflessioni, a partire da elementi diversi, non ultimo il fatto che le riprese del film sono girate in modo molto simile a quelle fatte dal ragazzo (stessa fotografia, camera a mano), ad aumentare e sottolineare l'ambiguità e il tentativo di sovrapposizione.
Sottolineiamo però in particolare la continua difesa della neutralità del documentario: il giovane regista ripete più volte che non vuole interferire con quello che riprende, anche se ciò implica non aiutare qualcuno in difficoltà. Vecchie questioni mai risolte della documentaristica e del giornalismo (specie quello di guerra). La cosa interessante è che molti dei suoi propositi falliscono: più di una volta entra eccome in quello che sta girando, determinandone l'esito con le parole o con le azioni. Inoltre, passa tutto il film aspettando di cogliere momenti essenziali della vita di Michael e si perde i più importanti (perché allontanato, perché la cassetta è finita e bisogna sostituirla ecc). Soprattutto, alla fine il suo racconto si sposta: terminata la vicenda di Michael l'obiettivo dello studente si trasferisce senza soluzione di continuità su un altro personaggio potenzialmente interessante: c'è dietro una riflessione non banale sul cinema e sul suo lavoro. Taylor finisce col dipingerlo come un occhio che si sposta svolazzando sul reale, cogliendone vari aspetti (necessariamente parziali e incompleti), focalizzandosi ora su questo dettaglio ora sull'altro, in una girandola infinita i cui prodotti sono i film che vediamo, realizzazioni particolari che lasciano nell'ombra altre infinite possibili combinazioni e opere. E' un modo preciso di intendere il mezzo "cinema" (o meglio l'audiovisivo in generale), diverso da chi lo vede come strumento per conoscere perfettamente la realtà, ma differente anche da chi lo concepisce come meccanismo votato all'onirico e al sogno. Taylor ci mostra un cinema imperfetto e deficitario (un leggero complesso di inferiorità? o forse più una ribellione verso altre forme di rappresentazione del mondo, più crude, esplicite e in definitiva meno affascinanti come i reality show?), ma che nel suo girovagare alla ricerca di storie sa ancora cogliere scorci interessanti, quasi per caso.
Conclusione
Non si pensi che vogliamo dare a questo film meriti straordinari che forse non ha (non è nè il primo ne l'ultimo a tematizzare per immagini questi problemi, e c'è chi lo ha fatto meglio). Tuttavia è giusto sottolineare che dietro a un intrattenimento leggero e tutto sommato piacevole c'è anche un pensiero, uno sforzo di riflessione che non finisce nell'intelletualismo più spinto e noioso, ma che offre qualche spunto in più per chi volesse andare oltre le quattro risate in compagnia.
Copyright © Spaziofilm.it 2007.

Copyright © Cinematografo 2007.
"Un film, insomma, con troppi echi e piuttosto inadeguato quando si impone la scelta dei vari modi cui affidarlo. Lo si segue soltanto per l'interpretazione dei protagonisti. Michael Borrow e Joseph Fiennes, giustamente celebre ormai dopo 'Shakespeare in Love', qui in equilibrio abile tra furbizia e candore. Siri Tyler è Winona Ryder, smagliante come al solito." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 01 giugno 2007) "Grazie 'Darwin Awards'. Per due motivi: era una vita che non vedevamo Winona Ryder divertirsi a recitare dopo i tanti problemi avuti. Secondo: l'assurdo e molto divertente film di Finn Taylor ci permette di rivedere l'enorme Chris Penn a un anno e mezzo dalla sua morte. Negli Usa esiste un premio per le morti più idiote. Esempio: un manager prova in prima persona il vetro infrangibile del suo ufficio e si spappola al suolo. Tutto vero. (...) Film sbilenco, senza un centro ma con una struttura a scatole cinesi nelle quali troviamo molte storielle gustose gratificate dalla presenza di attori noti, tra cui un esilarante Chris Penn che rischia di far esplodere il suo cane con la dinamite. Ottimo anche il cammeo del gruppo heavy-metal Metallica che assiste dal palco alla fine tragicomica di due adolescenti sballati tra cui Lukas Haas, l'ex bambino di 'Witness'". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 01 giugno 2007)
Copyright © Cinematografo 2007.