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Un film 'muto”
Attori diretti 'alla maniera” del cinema muto, accelerazioni dell'immagine ad hoc, cartelli a sancire ed esplicare gli snodi narrativi più importanti.
C'è tutto nel film di De Heer, che parla dell'oggi con il linguaggio di ieri.
Nell'avventura di uno scienziato che profetizza la fine del mondo per il 2008 e che, dopo aver inventato una macchina del tempo, la individua nella televisione, sia come oggetto paradigmatico del progresso tecnologico in sè, sia per l'incredibile potere di straniamento che ne deriva, si cela (ma nemmeno troppo) una dura critica alla società post-moderna, rinchiusa nei propri micro alvei di incomunicabilità e non disposta a prestare ascolto al diverso, ad un punto di vista nuovo e non convenzionale sul mondo.
La dura critica di De Heer
In un'epoca in cui la digitalizzazione e il montaggio frenetico prendono sempre più piede come colonne portanti di un certo modo di concepire il cinema, quel grande sperimentatore di Rolf De Heer riparte sorprendentemente da dove il cinema era partito.
E' infatti interamente muto Dr Plonk, ultima fatica dell'olandese, già autore di 10 Canoe e di Alexandra's Project.
Accompagnata da un'orchestrina sapientemente assemblata, la pellicola presenta un'impostazione tecnica che tenta di riprodurre con cura l'immagine, i modelli di recitazione e di rappresentazione di quello che è stato il cinema quando i film non erano ancora sonori.
Un tentativo che si ricollega in qualche modo alla sperimentazione del Grindhouse firmato a quattro mani dalla coppia Tarantino/Rodriguez, andando anch'esso nella direzione del voler riproporre, nei modi e nell'estetica visiva, un particolare tipo di cinema del passato.
Ma i due progetti, partendo dal medesimo punto di vista, pur divergono nei modi e nei fini.
De Heer si va ad impelagare in un cinema che, nell'immaginario collettivo odierno, è molto più vicino alla celebre descrizione fantozziana de La corazzata Potemkin, piuttosto che onorato e analizzato come precursore e codificatore dell'arte dell'immagine-movimento come la conosciamo oggi.
E, anzitutto per questo, Dr. Plonk è un film per pochi.
Non si lasci comunque intimidire chi teme un approccio così potenzialmente radicale al cinema. Pur non offrendo nessun altro input sonoro oltre a quello della mai stancante musica di sottofondo, il film del regista olandese si rivela godibile per tutta l'ora e mezza nella quale si dipana.
Quando pesanti sbarre rinchiudono il professore tacciato di pazzia e di terrorismo la metafora risulta evidente. Metafora della sconfitta verso la quale va incontro qualsiasi lettura della modernità non allineata al pensiero dominante.
Una critica che De Heer, seguendo altri spunti, ha già cominciato e approfondito nei suoi due precedenti lavori, e che rende Dr. Plonk anzitutto un film di denuncia, seppur realizzato secondo modalità e canoni del tutto non convenzionali.
Se questa critica pungente e intelligente cadrà nel dimenticatoio solo il pubblico lo potrà dire.
Noi, sinceramente, ci auguriamo che non sia così.
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