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"Il terzo film di Wilma Labate è come la sua eroina, 'Domenica' (Domenica Giuliano). Spigoloso e ribelle, innocente e perverso, fiero e solitario, torbido e fremente. Bello e imperfetto". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 febbraio 2001)
"Nella storia almeno tre cose memorabili: la bambina, orfana e irrequieta, bel personaggio recitato bene; Napoli strana, sconosciuta e bella; l'interpretazione che Claudio Amendola dà dell'ispettore di polizia rassegnato e irriducibile, morente eppure ostinatamente deciso a portare a termine il suo ultimo compito (fa pensare a Mastroianni ne 'Il volo' di Anghelopoulos). E' bella l'apparizione dura e seducente di Annabella Scorra". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 2 febbraio 2001)
"Domenica ricorda il disperato 'Rosetta' dei Dardenne, Palma d'oro a Cannes nel '99, ma il film della Labate, di cui mi è piaciuto 'La mia generazione', non è disperato: quella bambina priva di affetti è instancabile, si muove sulle sue gambe lunghe e magre, con determinazione, verso la vita, si aggrappa ai sogni, se la cava. L'interprete scelta tra 700 coetanee, è magnifica, coi grandi occhi neri e la faccina qualunque che esprimono amarezza, energia, inquitudine, ribellione, umiliazione, amore. Amendola è struggente nell'improvviso sentimento paterno che lo obbliga alla speranza .Annabelle Sciorra, napoletana bruna, è l'amore mancato del poliziotto." (Natalia Aspesi, D di Repubblica, 13 febbraio 2001)
"Un film maturo, colto, di intime ed intense qualità drammatiche e visive, cui nuocciono solo, forse, due citazioni dell'immediato 'dopo stupro' che, dolenti ma prelonastiche, rischiano di interrompere la continuità tutta tensioni del racconto. Il poliziotto è Claudio Amendola in una cifra, per lui nuova, priva di durezza e di impeti, la ragazzetta è una esordiente, Domenica Giuliano: con la spontaneità necessaria". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 febbraio 2001)
"Il terzo film della regista romana, dopo 'Ambrogio' e 'La mia generazione', si fa largo prepotentemente nell'attuale produzione italiana grazie a uno stile secco e asciutto, a uno sguardo profondo e insostenibile, a un impatto audiovisivo particolare con una Napoli che fa moda e tendenza e che la Labate ha avuto il coraggio e l'abilità di reinventare restituendone l'essenza culturale e etnica". (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 3 febbraio 2001)
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