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"Hollywood che racconta Hollywood, secondo uno schema non certo nuovo ma molto collaudato, con tante star in piccoli e grandi ruoli, pronte a prendere in giro le ambizioni artistiche di chi invece si preoccupa solo dei soldi o al massimo dei nuovi spasimanti dell' ex moglie." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 25 maggio 2008) "I giochi di specchi di 'What Just Happened?' funzionano proprio quando si evoca il potere del Festival di lanciare i rari film hollywodiani che Hollywood giudica troppo ambiziosi e troppo poco redditizi. Prima c'e solo l'ennesima versione del noto detto: il cinema e un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Insomma, che atroce eppure stupenda esistenza conduciamo noi intellettuali asserviti al profitto, ma in lotta per dare un finale realistico, quindi deprimente, a film che le grandi compagnie, attraverso i loro ottusi dirigenti, vorrebbero con sbocchi consolatori. Naturalmente a questa grande causa artistica, quella della mente contro l'oro, si mescola la convulsa vita privata dei combattenti, dove il produttore (DeNiro) vuol riconquistare la moglie (Wright Penn), amante di uno sceneggiatore (Tucci); e dove il regista (Michael Wincott) ricomincia a drogarsi quando scopre che gli si vuole tagliare dal suo giallo non uno dei tanti omicidi del suo immaginario giallo, ma l'unico canicidio. Da quello e stato turbato infatti il pubblico di una proiezione di test in provincia! Sono situazioni note a chi si occupa di cinema professionalmente, che la sceneggiatura di Art Linson ricostruisce con un piglio divulgativo oscillante fra le esigenze degli intellettuali di farsi prendere sul serio e la realta del potere, per la quale il reddito, anche di un intellettuale, corrisponde alla sua resa commerciale. A proposito: anche i divi hanno le loro impuntature. Così Bruce Willis interpreta se stesso, che si e fatto crescere la barba per un mese, come richiesto dalla sceneggiatura; ma quando un ritocco alla sceneggiatura, che non gli era stato detto, lo vuole rasato, rifiuta di farlo. Sarebbe bello se questo film sul cinema, che si vuole anche film da festival, fosse coerente con la logica di questa seconda categoria, cioe se si sottraesse alla logica del lieto fine a dispetto della coerenza. Ma e l'ultimo giorno. Molti hanno gia lasciato Cannes. E i pochi rimasti non hanno più voglia di fingersi seri." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 25 maggio 2008)
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Sull'orlo di una crisi di nervi
Hollywood. Ben (Robert De Niro) è un produttore cinematografico sull'orlo di una crisi esistenziale. Tutto inizia quando Jeremy, un regista (Michael Wincott) eccentrico di cui ha prodotto l'ultimo film, si rifiuta categoricamente di tagliare la scena finale che viene accolta cono sdegno dal pubblico presente allo screening di test. Da qui in poi Ben è alle prese con una serie di peripezie ed equilibrismi volti a salvare carriera e vita privata. Tutto infine sembra crollare quando scopre che l'ex moglie (Robin Wright Penn), verso cui forse prova ancora qualcosa, lo tradisce con un amico sceneggiatore (Stanley Tucci).
Il mondo di Hollywood alla berlina
In questa ultima commedia di Barry Levinson è Hollywood sotto il mirino. Durante due sole settimane capita di tutto, o quasi, nella vita di Ben, un noto produttore cinematografico. Il suo faticoso e disperato tentativo di tenere assieme i pezzi di una vita che sfugge inesorabile al suo controllo, offrono il pretesto per indagare impietosamente sul magico mondo dell'establishment cinematografico. Sulla carta le buone premesse, dunque, non mancherebbero. Peccato, invece, che venga snocciolato scena dopo scena un collage di dejà vu, o per dirla meglio, un prontuario di luoghi comuni su Hollywood. Il film aggiunge poco rispetto a quello che le riviste di gossip già rivelano sulle vite patinate di molte star del cinema d'oltre oceano. Nessuno viene risparmiato: produttori, registi, agenti, attori, tutti vengono messi in ridicolo, con le loro stravaganze e i loro vezzi da bambini ricchi e viziati. Non manca nulla a connotare negativamente i personaggi e le loro vicende: abuso di droghe (si veda il personaggio di Jeremy, il regista che fa uso di droghe e alcol interpretato magnificamente da Michael Winnicot), arrivismo (si veda la scena in cui una giovane donna con un fisico da playmate cerca di sedurre Ben nel bagno di un locale pubblico), il cinismo di chi è aduso a trarre profitto dalle sconfitte altrui (si veda Scott Salomon, lo sceneggiatore interpretato da Stanley Tucci, che non indugia a frequentare la ex moglie di Ben, quando è palese che lei usa Scott solo per divagare dall'impasse sentimentale in cui si è cacciata) l'indifferenza verso i sentimenti di amici e parenti (lo stesso Ben verso sua figlia Zoe, che ha avuto dal primo matrimonio). Forse l'unico personaggio verso cui si è portati a simpatizzare è Dick Bell (John Turturro), uno stressato agente hollywoodiano che soffre di disturbi intestinali e che è terrorizzato dai suoi stessi clienti. Ne esce un quadro caricaturale, seppur verosimile. A Hollywood, sembra dirci il film, tutto è superficiale e artificiale, e si fa davvero fatica a esser felici, malgrado gli agi e la ricchezza potrebbero far pensare il contrario. Peccato infine, che le scene in cui si rida di gusto siano poche, così che il cast stellare, tra cui vale la pena citare anche Bruce Willis e Sean Penn nei panni di attori egocentrici, non riesce a dare numeri a un film che nel complesso manca di originalità, finendo, quindi per deludere le aspettative.
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