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Note di regia: "'Dieci inverni' e la storia di due ragazzi che non riuscendo ad amarsi subito devono imparare a farlo, destreggiandosi tra le difficolta del diventare adulti. Per raccontare questa storia d'amore volevo una forma di romanticismo che fosse vera e fiabesca insieme. Per questo ho scelto di ambientare il film in una citta poetica come Venezia, ma mostrandone il volto più quotidiano dei mercati, dei bacari e dei vaporetti. In tutte le fasi della lavorazione, dalla scrittura al lavoro con gli attori, fino a quello sulla musica, la mia preoccupazione principale e stata di mantenere quest'equilibrio tra realismo e levita". "Dopo tanto cinema italiano ricalcato sui casi di cronaca o formattato a tavolino "per i giovani", ecco un nuovo regista che giovane e veramente e dei lunghi anni in cui si sgrana questa eta tutt'altro che omogenea ci da un saggio sensibile e originale malgrado qualche incertezza. Si chiama 'Dieci inverni' e lo ha diretto Valerio Mieli, ex-allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, per l'occasione anche co-produttore di questo film girato fra Venezia e la Russia. Una buona notizia per chi temeva che la gloriosa istituzione romana fosse ormai avviata, salvo ovvie eccezioni, a formare professionisti destinati a lavori soprattutto televisivi. (...) Diviso fra una Venezia insolita, quasi laterale, e una Russia intima e mai banale, sospeso da Marco Onorato (gia occhio di Matteo Garrone) in una gamma di colori spenti e sfumati, 'Dieci inverni' cerca il rovescio delle cose e delle parole in una partitura di emozioni trattenute e di gesti fuori sincrono così lontana dal nostro cinema "giovanile" abituale che si stenta quasi a credere abbia gia trovato una distribuzione. Anche se naturalmente una rondine non fa primavera." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 05 settembre 2009) "Ruffiano come e un po' per tutti i racconti che hanno per protagonisti i giovani e il romanticismo che a torto e a ragione accompagna le loro esperienza, 'Dieci inverni' lo e però con una grazia priva di malizia e di furberia: i protagonisti sono carini senza essere belli, c'e Venezia ma non e formato cartolina, la giovinezza non e mai eccentrica, ma si veste di quella normalita che la rende riconoscibile a chi, coscientemente o meno, ne ha avuta una."(Stelio Solinas, 'Il Giornale', 05 settembre 2009) "Dopo tanto cinema italiano ricalcato sulla cronaca o formattato a tavolino per i giovani, ecco un esordiente che giovane e davvero e poggia su i lunghi anni di quell'eta tumultuosa uno sguardo attento malgrado qualche incertezza. Si chiama Valerio Mieli e viene dal Centro Sperimentale di Cinematografia (che co-produce questo film girato fra Venezia e la Russia). I 'Dieci inverni' sono quelli necessari ai due protagonisti per incontrarsi, perdersi, ritrovarsi e poi perdersi ancora, mentre dentro e intorno a loro impercettibilmente tutto cambia. Qualche attenzione in più al mondo circostante e il film avrebbe avuto maggior impatto. Così tutto poggia sulle spalle di Isabella Ragonese e Michele Riondino, interpreti fra i migliori dell'ultima generazione, e sul delicato timing con cui Mieli scruta le intermittenze del cuore. (...) Emozioni trattenute, gesti fuori sincrono, colori spenti e sfumati: 'Dieci inverni' cerca il rovescio delle cose e delle parole con toni e timbri lontanissimi dal nostro solito cinema 'giovanile'. Con voce ancora timida ma gia riconoscibile." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 dicembre 2009) "Mieli non e mai invadente con la sua macchina da presa, la coproduzione, pur molto presente, ha sempre una sua coerenza - la Russia e i russi sono parte del racconto e non posticce giustificazioni di un finanziamento (ottimo lavoro, organizzare una coproduzione in Italia sa di miracolo) -, l'alchimia tra i protagonisti e sempre solida ed efficace. Quei dieci anni, peraltro, non provocano insopportabili giochi di trucco e parrucco, ma lievi e visibili cambiamenti, con Riondino che diventa adulto rimanendo bambino con la faccia da schiaffi, e Isabella Ragonese che si mostra bella in tutti i suoi cambiamenti, fino a un inedito look con capello corto. Entrambi evidenziano le loro fisionomie da romanzo russo, i lineamenti da giovani eroi letterari, senza perdere carattere e modernita. E gli inguaribili romantici usciranno con un sorriso soddisfatto, anche se i grandi amori sono soprattutto grandi fatiche. D'altronde e l'impresa e la sfida che nascondono a renderli tanto dolorosi e necessari. Buona la prima." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 11 dicembre 2009) "Non che la struttura sia una novita. La sperimentò nel 1999 Gianluca Maria Tavarelli col suo amarognolo e sensibile 'Un amore', protagonisti Lorenza Indovina e Fabrizio Gifuni; e proprio a fine novembe dall'America e arrivato il sopravvalutato '500 giorni insieme' d Marc Webb, starring gli emergenti Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel. Però poi conta quel che ci metti dentro. E 'Dieci inverni', scritto curiosamente a dieci mani, reinventa bene la formula, procedendo letteralmente per frammenti di un discorso amoroso che non sarebbe dispiaciuto, forse a Rolando Barthes." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 11 dicembre 2009) "Questa, fra nebbia e nevi, e una mini love story continuamente interrotta, che diventa grande se lo spettatore ci soffia dentro qualcosa di suo e termina con un inizio e senza promettere nulla per sempre, mentre Capossela esegue dal vivo due suoi pezzi. Uscita di Natale provvista anche di libro: speriamo che se la cavi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 11 dicembre 2009) "Una commedia sentimentale che fa onore al nuovo cinema italiano. 'Dieci inverni' di Valerio Mieli dimostra infatti come non sia un miraggio sfuggire alla tragica morsa tra falso d'autore e sbracamento populista; lavorando su di un modello di romanticismo profondo e tuttavia non decadente, il giovane regista ha il merito di cogliere l'eco sottile e struggente di ogni rapporto di coppia senza mai forzare le situazioni e i dialoghi." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 11 dicembre 2009) "E' uno dei debutti più interessanti e riusciti dell'anno, nonostante il soggetto non abbastanza nutrito, la sceneggiatura a volte esitante e ripetitiva." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 11 dicembre 2009)
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