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"A tutta prima 'Gods and Monsters' (il titolo viene dal brindisi che lo scienziato pazzo fa in 'La moglie di Frankenstein': 'To a new world of gods and monsters!') sembra fiorire sul terreno di certe deplorevoli compilazioni scandalistiche tipo 'Hollywood Babilonia', ma riesce a trasformarsi in uno stupendo ritratto grazie a Ian McKellen che nello svariare dei toni dall'arroganza all'umiltà, dallo snobismo alla disperazione, realizza un autentico miracolo di compenetrazione psicologica: un James Whale più vero del vero. Al suo fianco Condon colloca due figure che reggono il confronto, la monumentale serva padrona di Lynn Redgrave e il vulnerabile giovanotto Brendan Fraser; e sullo sfondo affiora un calcolatissimo affresco d'epoca tra passato e presente. Dall'infanzia alla trincea delle Fiandre, dagli studi di Hollywood alla solitudine della terza età, ripercorriamo l'odissea di un artista segnato dalla propria diversità, mezzo Dio e mezzo dannato, in una progressione che approda con perfetta coerenza alla citazione della scena di 'La moglie di Frankenstein' dove il Mostro diventa mansueto di fronte al violinista cieco. Segue un significativo finale dove Fraser replica l'esagitata mimica di Boris Karloff dimostrando di aver assorbito la lezione del mentore scomparso. "Demoni e dei" finisce per essere una metafora della potenza dell'arte che trasforma le anime semplici". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 13 marzo 1999)
"Anziché di 'demoni' (che ci rimandano alle ossessioni di Whale) il titolo americano di questa biografia-fiaba nera parla di "mostri": come il giornalista cretino, servile e arrogante che intervista Whale in apertura del film, e buona parte degli invitati al party in casa Cukor a cui il regista porta il suo protetto (con un effetto-imbarazzo pari a quello del simmetrico party di 'Pretty Woman'). Ma sono in effetti i demoni dei ricordi ad accompagnare gli ultimi giorni di James Whale e, dopo la sua morte, i giorni di Clayton, accompagnato nella sua vita futura da una consapevolezza che lo renderà per sempre diverso". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 14 marzo 1999)
"Tratto da un romanzo biografico di Christopher Bram, il film è spesso piatto e didascalico, a volte noioso, con interviste o lunghi monologhi che danno al protagonista l'occasione di raccontare la propria vita, con piccoli personaggi superflui e sciocchi come l'ex amante del giardiniere o il figlio bambino di lui che alla tv, anni dopo la morte di Whale, è affascinato dal mostro di Frankenstein. La qualità del film sta nelle interpretazioni, candidate all'Oscar, di Lynn Redgrave nella parte della governante del regista e di Ian McKellen, protagonista un poco monocorde e curiosamente somigliante a Leslie Nielsen, ma toccante; è adeguato il giardiniere muscolare, Brendan Fraser del comico 'George re della giungla?'. Ma chissà perché il titolo originale 'Gods and Monsters', derivante da una battuta del professor barone Frankenstein che ne 'La moglie di Frankenstein' brinda "a un nuovo mondo di dei e mostri", in italiano deve diventare 'Demoni e dei' cancellando l'essenziale, i mostri del cinema e della vita". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 marzo 1999)
"Demoni e dei è un levigato film 'di genere', rivolto al pubblico omosessuale maschile e a quello, più esiguo dei cinefili. Le citazioni della 'Moglie di Frankenstein' sono ripetute e gli interpreti, Boris Karloff ed Elsa Lanchester sono incarnati da sosia (Jack Betts e Rosalind Ayres). La parte di un altro noto regista omosessuale dell'epoca, George Cukor è affidata a Martin Ferrero (che però somiglia più a Jonathan Pryce). Quanto alle interpretazioni, McKellen è così naturale che fa pensare di condividere le tendenze di Whale; mentre la Redgrave è una cameriera tanto fedele e affettuosa che pare non avere fatto che quello nella vita. La sceneggiatura di Condon è invece solo astuta, pensata com'è per piacere ai critici e alla gente di spettacolo, quella che poi decide gli Oscar: c'è la scena i lotta di classe a Beverly Hills, con la presentazione di Whale - che da ragazzo aveva lavorato come operaio - a una fatua principessa Margaret d'Inghilterra; c'è la tiritera pacifista sulla prima guerra mondiale; c'è il riferimento al cinema regolato dal 'codice Hays', dove all'omosessualità si poteva solo alludere. Hollywood è così, prima da una parte, poi dall'altra, eccede sempre". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 marzo 1999)
"Tre candidature all'Oscar, per due attori e per la sceneggiatura. Lo smarrimento psicologico e il decadimento fisico dell'anziano autore di 'Frankenstein' davanti alla morte, a metà degli anni '50, nel torbido ma sincero rapporto con un giovane giardiniere, che finisce per sollecitare l'ultima impennata omosessuale e antichi ricordi strazianti. Vecchie immagini dei film resuscitano la sintonia tra una vita artistica diversa e la dolce mostruosità di celebri personaggi del cinema. Non abbastanza, non a fondo nel delirio, inutilmente visualizzato". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 13 marzo 1999)
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