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"I protagonisti si annoiano talmente che tendono spesso e volentieri ad assopirsi, e allora la violenza ritorna in forma di incubi, che si confondo sempre più con la vicenda reale, ponendo lo spettatore in uno stato di dubbio perenne sulla verità delle immagini. La narrazione oscilla fra il grottesco dei fratelli Coen e lo scatologico dei Farrelly, ma a differenza di questi e quelli Landis evita ogni complicità coi suoi personaggi, li osserva con distacco e quasi con disperazione. La verità dei volti sembra risiedere soprattutto nelle immagini oscenamente deformate del videocitofono, mentre la scrittona Hollywood domina dall'alto della collina l'intera vicenda". (Enrico Terrone, 'Segnocinema', settembre 2000)
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