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"La bravura della Sarandon è venata da un eccesso di esaltazione penitenziale, con implicito pericolo (soprattutto in sottofinale) di patetismo retorico; mentre quella di Sean Penn è eccelsa senza riserve, anche considerando come la macchina da presa gli incomba per gran parte del film a distanza di primissimo piano... Tutta una serie di sfumature impercettibili, finissime ambiguità, viscerali introversioni, sguardi disarmanti ora torvi concorrono a confermarlo come gigante del neo-giovanilismo hollywoodiano." (Il Mattino, Valerio Caprara, 20/3/96).
"Ha un bel darsi coraggio l'intrepida protagonista, che della suora ha tutto tranne l'abito, per venire a capo dell'enigma psicologico costituito dal tipaccio che ha di fronte, tanto più che c'è da tener conto anche del dolore dei familiari delle vittime. Ai quali, scoccando l'ora fatale, lo Stato riserva un posto in prima fila per assistere all'omicidio legalizzato: nel libro tramite sedia elettrica, nel film più asetticamente con un'iniezione letale. E' nella puntualizzazione di questi orrendi particolari che Dead Man Walking (è il grido del carceriere che annuncia l'ultima passeggiata del condannato dalla cella al patibolo) raggiunge i suoi momenti più conturbanti senza svelare la falsariga di una tesi precostituita. Via Crucis. Ed è ammirevole come Susan Sarandon si faccia pellegrina della via crucis senza un filo di trucco, motivata da una contagiosa partecipazione emotiva: mentre dall'altra parte del cristallo di protezione, ammanettato e con lo sguardo sfuggente l'introverso Penn riesce a conferire tutta l'umanità possibile a un assassino che ha compiuto il più disumano dei crimini. Insommma, pur sapendo come andrà a finire il film si segue con il cuore in gola; ed è un peccato che proprio in sottofinale, rompendo la consegna del rigore con musiche emollienti e un paio di inciampi nel patetismo, Tim Robbins abbia concesso alla star, sua moglie nella vita, qualche primo piano in più." (Corriere della sera, Tullio Kezich, 16.03.1996)
La direzione di Tim Robbins, che come regista ha fatto un gran balzo in avanti dal pur interessante Mister Robbins, è sostenuta dalle eccellenti interpretazioni di un bravo Sean Penn, odioso e ambiguo, e di Susan Sarandon, che affronta impavidamente la cinepresa a faccia nuda di trucco e si dimostra l'attrice sensibilissima di sempre. Ma il cuore del film è contenuto nei quindici minuti del prefinale: un'agghiacciante registrazione delle nude e semplici procedure dell'esecuzione, che in Louisiana avviene per iniezione. I rituali meticolosi, burocratici, medici, di questo omicidio di stato parlano da soli. "(La Repubblica, Irene Bignardi, 16/3/96).
"Tim Robbins seguendoli molto da vicino in cifre sempre tetre, con atmosfere pesanti come cappe di piombo, ha forse un po' ecceduto nelle perorazioni (il libro di Suor Hellen era più secco), non è riuscito a trovare il finale giusto (accettandone almeno due o tre) e nella duplice descrizione del ricordo del delitto ha forse passato qualche limite di sobrietà e di misura; ma anche così il film rimane nobile e accorato, nell'ambito di un cinema serio saldamente sorretto da una buona causa e acceso - in quelle pagine prima di concludere in cui si descrivono le modalità dell'esecuzione - da una violenza gelida che prende più alla gola degli omicidi pur così orrendi rappresentati prima. Suor Hellen è Susan Sarandon che, moglie del regista, resta forse più in campo di quel che sarebbe necessario: con una vitalità, però, una sensibilità e una forza che suscitano ogni volta ammirazione. Di fronte a lei Sean Penn, nel suo ruolo fino ad oggi più ingrato: espresso in tutta la sua negatività più sgradevole." (Il Tempo, Gian Luigi Rondi, 20/3/96).
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