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"Gusto generazionale per l'opera seconda dell'autore di 'Radiofreccia', primo film di Luciano Ligabue (piccolo budget, ottimo incasso e molti premi). Destinato in primis agli ammiratori del Liga, ma anche a chi ha apprezzato lo stile ruspante eppure colto e onirico di 'Radiofreccia'". (Piera Detassis, 'Panorama', 10 gennaio 2002)
"'Da Zero a Dieci' è un film di indubbia comunicativa, sprigionante generosità e un'energia simile come una goccia d'acqua al suo autore. Piacerà, probabilmente, e parecchio. Quel che non ci sentiamo di sottoscrivere è il genere di 'valori' che, alla fine, emerge dal racconto del concitato, appassionato e mesto week-end da leoni dei quattro. La mistica dell'atto gratuito, la pulsione a esibirsi, a sentirsi protagonisti foss'anche una sola volta, il tradimento coniugale come soluzione dei problemi di coppia. In un film sui dolori della vita e sulla necessità di superarli, per altri versi palesemente preoccupato del politically correct, queste ci sembrano, in tutta franchezza, note stonate". (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 9 febbraio 2002)
"Il secondo film diretto da Luciano Ligabue dopo 'Radiofreccia' è venuto molto bene, non soltanto sa mescolare le generazioni e i generi (un brano da musical è ammirevole), ma forse per la prima volta arriva a descrivere con realismo e partecipazione, raccontando un week-end a Rimini capitale del divertimento coatto, gli affollamenti eccitati, le riproduzioni del caos e le frenesie che rappresentano i piaceri giovanili di massa. (...) Intelligente, ben fatto, divertente, sottile: è realizzata con intensità e pudore esemplari la parte dedicata all'amico morto sedici anni prima nella strage alla stazione di Bologna; gli attori sono bravi". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 8 febbraio 2002)
"Magari questo blues emiliano-romagnolo doveva distribuire meglio i pesi del racconto. Magari la smania di dire, fare, mostrare tutto, finisce per dare un tono un poco didascalico, insistito. Ma può darsi che la dismisura per qualcuno sia generosità, slancio, entusiasmo, forse chi non visse di persona l'orrendo agosto del 1980 scoprirà nel film un'urgenza vera. Chissà, dopotutto sarebbe una bellissima cosa". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 febbraio 2002)
"E' un dolceamaro, a tratti divertente, ma irrisolto tentativo di ritratto generazionale, disseminato di luoghi comuni ed errori di forma: il primo, la lingua dei dialoghi, un italiano scolastico che sotterra l'illusione di verità dei personaggi: il secondo, il conformismo dei ritratti; il terzo, la debolezza dell'artificio di partenza: il quarto, la marginalità dei personaggi femminili e l'inadeguatezza di alcune attrici. Dare il voto a un film è un gioco ingrato. Darlo alla vita è un gioco subdolo. Resta fuori il nomadismo del cuore. Cast generoso, direzione carente. Meglio 'Radiofreccia'". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 8 febbraio 2002)
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