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Anche se i personaggi di grana grossa servono male le ambizioni dello script, il regista Rob Cohen (Dragonheart) possiede un gran senso visivo e non spreca un'inquadratura. Basterebbe la scena che vede Stallone introdursi nel tunnel superando cinque enormi ventilatori, gioiello di suspence e grandiosità, a garantirgli l'Oscar per l'azione (se esistesse). Ma anche la fine dello pseudo-Fogar, rubata al Pozzo e il pendolo di Poe, o certe scene visionarie (come quella colonna d'aria che, catapulta la bella di turno fra i vivi, come dire dall'Inferno al Paradiso) testimoniano una finezza insolita. Stallone rischia come sempre la pelle, ma stavolta il regista gli ruba la scena. Sarà l'inizio del tramonto o l'alba di una nuova era? (Il Messaggero, Fabio Farzetti, 24/12/96)
In attesa che il nuovo presidente dell'Ente Cinema Gillo Pontecorvo compia il miracolo (sarà possibile?) di rilanciare Cinecittà, ci sarebbe da essere grati a Sylvester Stallone per aver rinverdito i fasti dei nostri gloriosi stabilimenti, ormai adibiti soprattutto a lavorazioni televisive. (La Stampa, Alessandra Levantesi, 24/12/96)
"Spettacolare kolossal catastrofico con targa Usa, anche se girato a Cinecittà, banalissimo quando mette a confronto le personalità dei protagonisti, ma davvero eccitante in almeno un paio di sequenze. Una su tutte, quando Sly passa indenne attraverso cinque mastodontici ventilatori. Certo, non è Laurence Olivier, ma che importa: mica deve recitare l'Amleto". (Massimo Bertarelli, 'Il giornale', 19 ottobre 2001)
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