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"Realismo in forma di musical o musical in forma di realismo. Coreografie bellissime, canzoni strepitose. Lars von Trier stupisce ancora e riesce ad arrivare in fondo al film senza che il tono drammatico sia ridicolizzato dagli intermezzi musicali. Il risultato è un film che strazia, sospeso con grazia. (...) Lunghissimo, oltre tre ore, eppure mai noioso, piacerà a chi ha il coraggio di deviare dalla prigione della verosimiglianza, per lasciarsi invadere da compassione". (Piera Detassis, 'Panorama', 24 agosto 2000).
"Ma divertirsi a manipolare le aspettative del pubblico vuol dire essere un grande regista? Lasciatemelo dubitare. Almeno fino a quando potrò continuare a credere che il grande cinema è quello dove ogni movimento di macchina ha un senso (Welles), ogni inquadratura risponde a una logica (Lang) e il dovere del regista non è stupire ma aiutare lo spettatore ad aprire gli occhi sul mondo che lo circonda (Rossellini). (Paolo Mereghetti, Io Donna, 28 ottobre 2000).
"L'idea globale del film sembra essere quella di combinare il mondo fantastico dei musical hollywoodiani con la vita reale e con i veri sentimenti (...). Ci doveva essere uno scontro fra questi due elementi ma credo che sia insito nel personaggio di Selma. Lei nutre una grande passione per entrambe le dimensioni: ama molto la vita reale, le persone concrete, gli errori, cioè qualunque cosa possa definire gli esseri umani. Ma lei ha pure un grande amore per la stilizzazione dei musical (...). I due elementi coesistono nell'opera, e Selma è convinta che si possono combinare. Ma forse è impossibile e perciò tutto è così tragico. Ciononostante il film riflette la fede della protagonista in quella possibilità". Così Lars Von Trier descrive la protagonista del suo ultimo film, premiato a Cannes con la Palma d'Oro. Quella come migliore attrice l'ha vinta Bjork, la giovane rockstar islandese che sembra un folletto eschimese, al suo contrastato esordio cinematografico con il provocatorio geniaccio del cinema danese. Interpreta una ragazza-madre operaia, emigrata dalla Cecoslovacchia nell'America degli anni sessanta. Sta perdendo la vista e la medesima sorte toccherà a suo figlio. La giovane accetta anche i turni di notte pur di accumulare i soldi necessari per farlo operare agli occhi. Siamo già nel delicato territorio filmico del melodramma. Ma Von Trier spinge l'acceleratore delle disgrazie fino all'insostenibile: un poliziotto, vicino di casa di Selma, le ruba i soldi e poi, al reclamo disperato di lei, l'accusa di essere una ladra. L'uomo viene ucciso dalla vera vittima, che si riprende il denaro. Ma la condannano alla pena capitale. Mentre aspetta in prigione la sua ora, due colleghi (una è la limpida Catherine Deneuve) la pregano di confessare le ragioni del gesto delittuoso, utili come attenuante. Eppure la mamma, oramai cieca, sceglie l'impiccagione per non svelare la verità al figlio, ignaro del proprio pericolo. Qualche istante prima di penzolare dalla forca, la informano del riuscito intervento chirurgico. Ancora una storia di sacrificio d'amore estremo (materno) dopo quello (coniugale) della protagonista di Le onde del destino. L'autore spiega che "Selma è sorella della Bess di Breaking the Waves o della Karen di Idioti: la stessa ingenuità, la stessa determinazione, la stessa forza emotiva." Un remake? Niente affatto. Qui c'è un'invenzione che sorprende e commuove: il musical tragico. Già dal titolo si allude a più elementi. "Dancing in the Dark" era uno dei numeri musicali di Fred Astaire in Spettacolo di varietà ('53) di V. Minnelli. E infatti Selma ha la passione per i musical hollywoodiani (il figlio l'ha chiamato "Gene" in omaggio al grande Kelly). Fuori della fabbrica, partecipa a un laboratorio teatrale che sta preparando il celebre Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music). Ma lei è anche la "ballerina nelle tenebre" della cecità. Un vecchio film di Bergman (un altro "nordico") aveva l'analogo titolo Musica nel buio ('47). Era anch'esso un "mèlo" in cui una cameriera orfana risveglia l'amore di un pianista gradualmente non vedente. L'impossibilità di guardare, specie nel cinema, offre agli sfortunati la prerogativa di sognare ad occhi aperti o, per dirla con Kubrick, ad "occhi chiusamente spalancati". Ecco che Selma s'immagina dentro una commedia musicale per evadere dalla dura realtà del lavoro e dell'handicap. Non durante lo stage di provincia, ma in luoghi del sociale: in fabbrica, su un treno che passa in campagna, al suo processo in tribunale. E perfino nel braccio della morte. Dopo la prima mezz'ora di film (girato con telecamera digitale, quasi da réportage) si compie un prodigio stilistico. Una concreta scena in fabbrica si anima di coreografie fluide e a ritmo di catena di montaggio. Forse soltanto Tempi moderni ('36) di Chaplin poteva vantare la poesia (però diversa) degli operai e degli ingranaggi. Bjork-Selma volteggia e intona emozionanti canzoni (la colonna sonora è tutta sua), e si alleggerisce del peso della sofferenza quotidiana. Il suo è un tuffo nell'utopia di Hollywood, un linguaggio di "genere" che qui investe esperienze fin troppo amare. La genialità di Von Trier è coniugare secondo l'American Dream un dramma proletario, privo di quel "glamour" che luccicava nei musical classici. Entra in scena perfino un Fred Astaire cecoslovacco: viene in mente il film di montaggio East Side Story ('97, di Dana Ranga), un'antologia dei misconosciuti e solari musical dei paesi del socialismo reale (anni '50 e '60). Allevatori che cantano, marinai che ballano, casalinghe che duettano. L'altra faccia (leggera) della retorica filmica oltre la Cortina di Ferro. In tal senso Mosca e Hollywood spalmavano sul mondo un similare e ingannevole belletto. Invece le sequenze melodiche in cui Selma si trasforma in "star" morale, non ne cancellano la vera condizione. Anzi, stride peggio il contrasto con l'esigenza di felicità e libertà che il canto esprime. Le bellissime "visioni" della quasi cieca, idealmente trasfigurate, fanno di Dancer in the Dark un poema sinfonico moderno, metafisico e politico allo stesso tempo. Lo si capisce dall'epilogo, da quel terribile strattone che sciocca la platea e spezza l'ultima performance della danzatrice nel buio (della giustizia). La macchina da presa, dal corpo piombato nel piano inferiore, si solleva a quello superiore e sale ulteriormente, interrotta dallo schermo nero. Segnando, forse, il movimento ascensionale di un'anima liberata. Una scelta registica fatta con discrezione, che rimanda al conclusivo e più esplicito miracolo delle campane in cielo di Le onde del destino. (Massimo Monteleone, Rivista del Cinematografo on line, 20 ottobre 2000)
"Non vorrei sembrare senza cuore, perché il film può esser davvero commovente, come lo era 'Le onde del destino', anche se infastidisce che l'ex comunista convertito al cattolicesimo abbia la mania delle donne-vittime. Ma c'è qualcosa, la stessa cosa che ho letto nello sguardo intelligente, timido e screanzato di von Trier, che mi impedisce di lasciarmi andare ai singhiozzi. Innanzi tutto la maestria: lui sa manipolare cineprese, storie e spettatori come vuole, imponendoci come intelligente il ritorno del melo-musical o dell'opera, dove i sentimenti sono espressi da soprani e tenori. Poi c'è Bjork, ricca cantante pop islandese che ha scritto bella musica per il film. Fare per la prima volta l'attrice è risultato odioso, umiliante, e ha giurato che non lo rifarà. Forse non è un male. Pur premiata, la sua Selma mi ha innervosito molto: il viso lappone, il perenne sorriso da vittima, gli occhi neri allungati, gli occhiali a coprire le emozioni, hanno conquistato la giuria per la vulnerabilità che il regista ha saputo trarre dalla sua assenza d'espressione. Bravo lui, più che lei". (Natalia Aspesi, 'D- Donne', 24 ottobre 2000)
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