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A Gus Van Sant ha giovato il lavoro su commissione, una pausa, una salutare distrazione dai suoi progetti autoriali. Perchè la prima volta del regista indipendente a Hollywood ha sortito un risultato inatteso: il suo To die for (in italiano Da morire) é una graffiante commedia satirica che un mestierante qualsiasi non avrebbe mai saputo rendere così paradigmatica. Sembra incredibile, ma questo è il suo film più riuscito: con Drugstore Cowboys, Belli e dannati e soprattutto con il tormentatissimo Cowgirls, inesorabilmente sbagliato nonostante i rimaneggiamenti subiti, Gus Van Sant ci aveva abituato a un cinema sempre in bilico fra l'espressione di un autentico talento e la bufala. Ed ecco che un soggetto non entusiasmante sulla carta, grazie a una regia estrosa, all'efficace commento rock e a un'interpretazione con i fiocchi, si trasforma in un film divertente e apocalittico, perchè l'America di Gus Van Sant resta pur sempre il paese della follia travestita da normalità. (La Nazione, Cristina Jandelli, 23/9/95) Un film amaramente critico ma mai pedante o didascalico, che fa il verso al caos massmediologico nostro contemporaneo con allarmante eppure divertente mixage narrativo. (Il Mattino, Valerio Caprara, 26/9/95) Tratto da un bel romanzo (Sonzogno) di Joyce Maynard ("cammeo" nel ruolo dell'avvocatessa), divertente, incalzante, attualissimo e crudele, Da morire è un piccolo miracolo, per almeno tre ragioni. Prima: Nicole Kidman, le sue battute, le sue incredibili mises, il suo personaggio di bionda arrivista e sentenziosa, incarnazione della tv, dei sogni che nutre, della non-vita e non-cultura che promuove (l'informazione-spettacolo, ovvero la morte dell'una e dell'altro). Secondo: il brillantissimo script del grande Buck Henry (altro "cammeo": è il professore), che dispensa battute memorabili ma guarda anche con affetto e attenzione ai personaggi minori. (Il Messaggero, Fabio Ferzetti, 9/10/95) La storia tratta da un romanzo di Joyce Maynard ha difetti di insufficiente giustificazione psicologica, le scene in tribunale debbono troppo a "Serial Mom" di John Waters; il film è certo meno realistico e struggente di altre opere di Van Sant eppure non meno sardonicamente accusatorio, è più brillante e accessibile agli spettatori eppure durissimo. (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 23/9/95)
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