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"Una volta Rambo si cuciva la ferita sanguinante al bicipite. Passati i cinquanta, è capace addirittura di estrarre un coltellaccio infilzato da parte a parte nell'avambraccio. Stallone, sempre lui, sempre noi, invecchiando insieme, noi e lui, nel condominio del cinema da popcorn. Si parte dal solito, micidiale squartatore seriale nella metropoli tentacolare e si arriva a un bunker d'alta montagna, dove si consuma un thriller ossessivo e claustrofobico, purtroppo già scritto, già visto. (...) L'ambientazione e la fotografia, tra il bianco delle bufere di neve e il grigio metallico dell'edificio sono meglio dei personaggi (marionette da situation-comedy) e della suspense. Curiosità: esce prima in Europa. Poi negli Stati Uniti". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 14 marzo 2002)
"Un copione di ordinaria violenza giustizialista americana, ma che nella seconda parte diventa più affascinante sia per l'ambientazione nel bunker sia per la piega gialla claustrofobia che prende la vicenda in mezzo alle avversità climatiche. Un giallo che sta sottozero e che si avvale di un incrocio di sguardi virili, tra cui quelli promettenti sono di Kris Kristofferson e Tom Berenger, mentre risulta ahimé sempre un poco assonnato e lesso Stallone, che dovrebbe essere invece tormentato dai demoni e dai sensi di colpa affidati al buon cuore e all'intuizione dello spettatore europeo che vede il film, e questa è una novità, prima di quello americano". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 marzo 2002)
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