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"Il messaggio è chiaro. Sono lo stile da oratorio laico, la gestualità, l'impianto scenico teatrale, la volgarità del gergo a contrasto con l'astrattezza della parabola, a non convincere. Anche perché questi 'Miserabili' fine '900 sembrano davvero vivere nel mondo di Victor Hugo (o nei più plumbei anni 70) anziché nel presente. Dove sono la figuratività, i materiali, i gesti, i colori dei nostri anni telematici e post-industriali? Spariti, assenti. Ma con loro restano fuori dal film la seduzione, il luccichio, le nuove forme di lavoro (e di sfruttamento), insomma le insidie più sottili del nostro presente. Sarà anche questo a renderlo così faticoso e datato". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 giugno 1997).
"In 'Cronache del terzo millennio', unico film italiano di intervento sulla politica attuale della sinistra, Francesco Maselli, ultimo regista italiano che si definisca comunista, usa la storia del palazzo e della voglia degli abitanti di autogestirlo anche in una buona fede, come una metafora anticapitalista precisa: la legge di mercato non è naturale né rappresenta il solo pensiero economico praticabile; i non-padroni che ne accettano la realtà di mercificazione violenta finiscono col perdere se stessi, col diventare sfruttatori dei più poveri, col riprodurre il meccanismo di sfruttamento o meglio, dice Maselli, "il nuovo meccanismo di barbarie pre-cristiana". La polemica è contro il PDS governativo e socialdemocratico; la speranza tenace è un futuro comunista ricostruibile dalle macerie tragiche del socialismo reale, affidato alle nuove generazioni. Sulle idee di 'Cronache del terzo millennio', si può essere d'accordo oppure no: il film è profondamente trasgressivo rispetto al pensiero comune corrente, urtante e disturbante rispetto alle convinzioni della destra da poco acquisite dalla sinistra di governo. Quel che davvero non può non suscitare ammirazione è lo stile della storia corale, interpretata da una cinquantina d'attori anche non professionisti". (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso',5 giugno 1997).
"La cinepresa di Pierluigi Santi percorre con complessi piani sequenza, girone per girone, il fatiscente palazzone, mentre Maselli compone i suoi 'dannati' secondo una visione colta e potente (lui parla di Caravaggio e si capisce perché). Ma il film resta impacciato e didascalico, la piccola cronaca fa capolino nella visione allegorica, e i più sprovveduti nell'immenso coro dei personaggi e interpreti rivelano chiaramente il disagio di chi non sa che pesci pigliare tra realismo e teatralità". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 31 maggio 1997).
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