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Quella di Pauline e Juliet è una tragica storia d'amore adolescienziale, forsennata e iperbolica. Così almeno l'ha descritta il regista-sceneggiatore conquistandosi il plauso della giuria di Venezia che ha premiato il film con il Leone d'argento. A pieno merito. (La Nazione, Cristina Jandelli, 28/3/95) Ben servito dalle due attrici e da una sceneggiatura che scava fra lettere e diari, Jackson è bravissimo a ricostruire la vita in famiglia e i deliri delle ragazze, il clima sovraeccitato e geloso del sodalizio, l'euforia fisica dei loro incontri. Ed è notevole per originalità, esecuzione, cattivo gusto (o vogliamo chiamarlo camp?), l'idea di figurare affetti e pulsioni con pupazzi di creta. Da Venezia prevedevamo che il giurato David Lynch sarebbe stato colpito da tanta faccia tosta. E difatti Jackson ha vinto un Leone d'argento. (Il Messaggero, Fabio Ferzetti, 27/4/95) Come un mercante che sciorina tutta la sua mercanzia e mostra di avere di tutto, dopo tanta agitazione Jackson cambia repentinamente registro, e racconta con finezza le sfumature dei rapporti familiari, la complessità del rapporto tra genitori e figli, la tensione erotica, la mappa delle differenze di classe, il distorto tragitto di un Bildungsroman al femminile: un talento originale per uno dei film più originali, inquietanti e sorprendenti dell'anno. (La Repubblica, Irene Bignardi, 4/4/95) Allora la rievocazione perde gli specifici connotati realistici per assumere quelli psicologici ed affidarsi ad arcani flussi di energia, a vegabonde infiltrazioni horror. Che con l'aiuto di due attrici eccellenti come Melanie Lynskey e Kate Winslet nelle rispettive parti di Pauline e Juliet, si misurano in notevoli termini di consistenza. Come, del resto, gli effetti speciali di Richard Taylor, importanti negli sviluppi del racconto ma mai esibiti: anche nel loro sotterraneo ed imprevedibile strisciare sulla storia è il segreto di questo bellissimo, brividosissimo film. (L'Informazione, Claudio Trionfera, 22/4/95)
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